Il Pjanic di Barcellona: inespresso e ai margini

di Mauro Bortone |

Pjanic

“Poi se arriva un destro calciante, vedremo…”: quelle parole di Massimiliano Allegri, nella conferenza della sua seconda era alla Juventus, sono parse a molti un indizio sul ritorno di Miralem Pjanic a Torino. Da quando il tecnico toscano ha ripreso possesso della panchina bianconera, il nome del bosniaco è tornato a circolare nelle voci di mercato, soprattutto forti di un pressing che lo stesso centrocampista starebbe facendo su Allegri per lasciare Barcellona, dopo una stagione tormentata, e ritrovare un ambiente che lo ha fatto stare bene.

Quando nell’estate scorsa venne perfezionato lo scambio sull’asse Barcellona-Torino tra il bosniaco e il brasiliano Arthur a molti quell’operazione parve prevalentemente economica, sebbene, alla base, c’erano ragioni tecniche che potessero giustificarla: il ciclo di Pjanic alla Juve sembrava finito con gli ultimi due anni in calando e la grande delusione nella stagione con Sarri, dove era partito dominante e finito quasi ai margini del progetto. Il brasiliano, d’altra parte, sembrava un giocatore dai piedi buoni almeno come quelli di Pjanic, con una gestione differente delle situazioni in mediana, che poteva rappresentare un’alternativa importante nella costruzione di una squadra con altre caratteristiche.

La storia del brasiliano è stata condizionata da un infortunio che lo tiene ancora fuori, mentre Pjanic a Barcellona è sembrato diventare l’emblema della stagione negativa dei blaugrana: mai al centro del progetto, in rotta con Koeman e sempre scavalcato nelle gerarchie dai compagni di reparti o da giovani come Riqui Puig e Ilaix Moriba. Il bosniaco non è mai riuscito ad integrarsi nella rosa catalana e ad esprimere, almeno in parte, il proprio talento: la prospettiva di rivivere una stagione simile, con la stessa guida tecnica, e l’esigenza del Barcellona di liberarsi di un ingaggio pesante, sono gli ingredienti di un’occasione di mercato che si potrebbe aprire.

La Juve manca a centrocampo di una certa qualità e di geometrie: nel primo triennio in bianconero Pjanic è stato un grande equilibratore, capace di interpretare al meglio il ruolo di metronomo con diritto di colpire (prevalentemente su calcio piazzato) affidatogli da Allegri. Guardando la parte finale del suo percorso alla Juve, si è registrata in involuzione, sancita in maniera netta da quanto vissuto in Catalogna: sono state 30 le partite disputate in blaugrana (19 in Liga, 8 in Champions League, 1 in coppa del Re, 2 in Supercoppa spagnola), ma fa specie il minutaggio di Pjanic racchiuso in appena 1295’ in campo (praticamente 14 gare intere) con zero gol e assist. Nella stagione d’addio alla Juve, il bosniaco aveva disputato 43 partite con 3350 minuti in campo (pari a 37 gare intere), condite, comunque sia, da otto assist.

Se guardiamo al Pjanic di Barcellona, l’idea è quella di prendere un giocatore in fase discendente (con la formula di un prestito biennale con obbligo di riscatto) col rischio di aggiungere un problema al centrocampo della Juve: se, invece, le motivazioni contano e il calciatore ha voglia reale di riscatto potrebbe rappresentare, con l’eventuale uscita di Ramsey, una soluzione a basso costo per gli equilibri della mediana.

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