Marko Pjaca e il battesimo del fuoco (per caso)

di Claudio Pellecchia |

Pjaca

Marko Pjaca non avrebbe dovuto giocare (e non sarebbe stata una novità). Poi, però, Mario Mandzukic è costretto all’ultimo a dare forfait (e questa si che è una novità) ed Allegri non può fare altro che anticipare il battesimo del fuoco del giovane croato, alla sua terza partita da titolare dopo quelle contro Crotone e Palermo. La prestazione, prima di essere analizzata nel dettaglio deve essere preceduta da una considerazione: al netto delle evidenti differenze di competitività e tatticismo tra il campionato italiano e quello croato (oltre, ovviamente, all’infortunio in autunno), il fatto di non riuscire a partire titolare nemmeno quando, dei due esterni offensivi titolari, uno è squalificato (Cuadrado) e l’altro è con la spia della riserva accesa (Mandzukic), è sintomatico di problematiche di inserimento più complesse di quel che immaginiamo. Il confine tra il non essere ancora pronto e l’essere considerato quasi unicamente come arma spaccapartita negli ultimi 20-25 minuti, è ancora molto labile: starà al tecnico provare a individuare nel più breve tempo possibile la dimensione attuale di un giocatore ancora alla ricerca di se stesso, tra spunti di classe purissima ed errori apparentemente inspiegabili dal punto di vista concettuale e di decision making.

Come in questo caso…

 

La partita, dicevamo. Contro il Milan Pjaca ha agito da esterno offensivo moderno, schierato sul lato opposto del piede naturale per sfruttarne le doti nell’ uno contro uno e la capacità di convergere verso il centro, attaccando lo spazio alle spalle dell’attaccante di riferimento, creatosi grazie al movimento dello stesso. L’inizio è promettente: nei primi 20 minuti Pjaca è nettamente il più attivo del quartetto offensivo, con l’avversario diretto saltato praticamente sempre (saranno appena due i dribbling non riusciti nell’arco degli 89 minuti in cui è rimasto in campo) e con la continua ricerca dello scambio nello stretto con Dybala e Higuain. Il suo gioco è molto più associativo rispetto al solito (26 passaggi su 39 tocchi totali, due passaggi chiave, pass accuracy del 65.4%) e, non a caso, le occasioni per andare alla conclusione aumentano in maniera esponenziale (alla fine saranno 4 i tiri in porta, di cui uno nello specchio): il primo miracolo di Donnarumma arriva proprio su uno squillo del #20 al minuto tre.

Notare come Donnarumma, quasi due metri, vada giù in una frazione di secondo

 

Con il passare dei minuti, però, l’imprecisione tende ad aumentare e la lucidità a diminuire e il nostro ricade nel vecchio vizio di abbassare la testa e ad andare per conto suo, perdendo spesso il tempo della giocata e sbagliando letture anche molto semplici. Detto che una delle principali occasioni della ripresa (quella di Khedira) origina da un suo spunto saettante, non contribuisce certo all’aumento della self-confidence l’occasione malamente sprecata al minuto 58, con la fretta che si rivela ancora una volta la peggior compagna possibile in fase di finalizzazione:

Probabilmente la colpisce anche troppo bene…

 

Da lì in poi sarà un calando progressivo (al termine della gara la Juventus avrà attaccato dal lato sinistro nel 26% dei casi, contro il 34 della fascia opposta: un dato incredibile se si considera la prima mezz’ora), fino alla sostituzione con Kean per gli ultimi assalti al fortino rossonero.

Che partita è stata, dunque, quella di Marko Pjaca contro il Milan? L’impegno e l’applicazione non sono mancati (anche in fase difensiva, per quanto, dalla sua parte, Ocampos era un esterno molto più tattico rispetto all’omologo Deulofeu, quindi Asamoah non ha necessitato di troppo aiuto in fase di non possesso), così come la presenza nel vivo del gioco: diversamente c’è ancora molto da migliorare sugli aspetti pratici e concreti, come la scelta del tempo della giocata, il saper alternare lo scambio allo spunto in velocità, una maggiore tranquillità quando si tratta di concludere a rete. Stiamo comunque parlando di un classe ’95 alla prima vera da titolare contro un avversario di livello (i minuti in Serie A salgono a 386 – 556 contando anche le coppe – per lo più raggranellati nelle 10 apparizioni da subentrato): il futuro è dalla sua, a patto che, lui per primo, capisca cosa vuol diventare da grande.