Pjaca-Chiesa-Simeone in chiave Juve

Cos’è questa Fiorentina, chiedo a un amico. “A livello tecnico non saprei, è una Fiorentina anche brillante ma di transizione. Mi sembra piuttosto chiaro, però, che di interessante abbia i tre nomi davanti”. Ottima sintesi, caro mio, e ottimo spunto che contiene una verità naturalmente interessante anche in chiave Juve. Perché oggi farà un po’ hipster – in estate se ne parlava come del tridente più atteso di questa Serie A – ma restano nomi che insieme sembravano completarsi e invece viene da trattare uno a uno nel trasporli sulla dimensione bianconera. E allora facciamolo, partendo da chi un pochino (un po’ troppo pochino) lo abbiamo conosciuto e tuttora ne deteniamo la proprietà. A seguire i due figli d’arte per ciò che sono oggi.

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Marko Pjaca (956 minuti in Serie A, 1 gol, 1 assist) ha un piede e mezzo fuori dalla Juventus. Eppure è un classe 1995 inespresso con la condizionale del doppio maldestro infortunio di due stagioni fa proprio quando vestiva il bianconero. Ha un piede e mezzo fuori perché vorrebbe spaccare il mondo e ancora non spacca le partite. Ha un piede e mezzo fuori – questa è la convinzione di chi scrive – per la pessima exit-strategy dalla Juventus nel gennaio 2018: andare in collisione con il tecnico per una partita di Coppa Italia quando c’è un intero percorso tutto da rifare insieme, poi andare in collisisione con il club per la destinazione del prestito (Germania a tutti i costi, Wolfsburg a tutti i costi, fino a sfiorare il totale collasso della trattativa impostata con lo Schalke), poi andare anche un po’ in collisione con le aspettative perché Pjaca vuole fare tutto troppo in fretta. Spaccare il mondo, appunto. Dimostrare con gli interessi. Sentire di non aver troppo da imparare. Presupposti  che lasciano tutt’oggi tanti puntini di sospensione. Peccato, anche se questi mesi verso giugno sono ancora tutti da giocare.

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Federico Chiesa (5.638 minuti in Serie A, 11 gol, 17 assist) ha un piede e mezzo fuori dalla Fiorentina, per quanto si sussurri che papà Enrico lo veda in viola – come percorso studiato e ideale – fino all’estate del 2020. La sua accelerazione verso la trasversale convinzione di avere un giocatore vero sul panorama italiano avviene attraverso l’incosciente fiducia di Paulo Sousa e la successiva centralità nel gioco verticale di Pioli. Vale 60 milioni? Basteranno 60 milioni? Marotta aveva imbastito la trattativa a lungo termine? Assodato che la Juventus lo segua con attenzione e che lo ritenga un arruolabile – studiandone comunque un’efficacia tre volte superiore a quella di Marko Pjaca per il calcio di fatica che si esercita in Italia – il bivio resta di carattere tecnico. Lui vuole fare come papà – da tornante a ala, da ala a terza punta, da terza punta a bomber – e l’impressione in chiave Juve, il giorno che ci sarà una scelta da fare (e Marotta andrà eventualmente di conseguenza), è che la trasformazione in uomo-gol con sfumature meno egoistiche di ciò che si vede e che ha ereditato possa allora fare la differenza in positivo. Siamo ancora lontanucci, e per tutto ciò che non riguarda i 30 metri finali da Firenze ci siamo già nutriti di Federico Bernardeschi.

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Giovanni Simeone (6.702 minuti in Serie A, 28 gol, 8 assist) ha i gol nel sangue ma non ancora nella testa. Nessuna ipotesi Juventus, ma la chance in una big un giorno la avrà perché è scritto nella pietra e sul campanello di casa. Tre cose per cui resta un calciatore attenzionato dagli addetti ai lavori: è figlio dell’allenatore dell’Atletico Madrid, ha schiaffeggiato in un’occasione la Juve di Allegri, ha schiaffeggiato in un’occasione speciale il Napoli di Sarri. Si può dire che la carriera è quindi impostata, senza che sarà mai il vero antagonista di Mauro Icardi (tanto per rimanere uniformi nel ruolo e nel genere, oltre che nella nazionalità).