Pirlo alla UEFA: “Guardiola un modello? Sì, ma anche Ronaldo”

di Valerio Vitali |

Pirlo nella sua intervista alla UEFA ha chiarito alcuni suoi concetti chiave. Nel suo modo di vedere calcio, il compromesso è alla base di tutto. Un concetto chiave per cementare il gruppo e per farsi seguire dal gruppo. Resta alla base la filosofia di un calcio propositivo e al tempo stesso innovativo, come poi illustrato in fase di esposizione nella sua tesi per il patentino da allenatore “UEFA A” a Coverciano. In molti lo identificano a Zidane e Guardiola, per il percorso e per l’approccio al calcio. Proprio di quest’ultimo ha parlato così Andrea Pirlo nella sua intervista: “Pep è un esempio per tutti, ma poi ognuno elabora il suo credo. E’ un modello da seguire per chi, come me, ambisce a creare un calcio propositivo. Non ho comunque solo lui come modello. Vedere ad esempio Cristiano Ronaldo a 35 anni correre in partita e allenarsi con l’entusiasmo di un ragazzino fa bene a tutti gli altri. Un allenatore tra i suoi calciatori ha bisogno di certe figure”.  

L’influenza dei suoi ex allenatori nella sua carriera da calciatore resta importante ma non fondamentale. Pirlo ha infatti espresso a chiare lettere di voler prendere ispirazione non da uno solo, ma da quasi tutti i suoi vecchi maestri. Queste le sue parole: “Ho avuto la fortuna di essere stato allenato da tanti top coach. Prenderò da Lippi, Ancelotti, Conte e Allegri, così come Lucescu”. Ognuno di questi tecnici porta in dote un calcio diverso, che il mister bianconero intende portarsi dentro come bagaglio puramente tecnico ma anche umano, di gestione dello spogliatoio e di leadership, che poi in sostanza è stato questo che ha spinto maggiormente la proprietà Juventus nel “cambio di passo” dell’8 agosto scorso.

Infine, come passaggio centrale nella sua intervista alla UEFA, bisogna sottolineare l’aspetto puro e semplice dell’allenatore in campo. Un ruolo che, secondo Andrea Pirlo incide, ma non come un calciatore. Ne ha parlato così: “In panchina c’è più stress. Quando giocavo, comandavo io il gioco. Adesso invece posso solo dare qualche indicazione senza avere il pallino del gioco in mano. Il mio modo di giocare molto centrale certo mi agevolava, ma potevo incidere di più”. Da queste dichiarazioni si evince sempre più quante sfumature emergano nelle accezioni di “gestore” e “maestro di campo”. Molto spesso la critica si perde in conclusioni semplicistiche e/o affrettate che puntualmente pero’ vengono smentite a turno da chi si siede sulla panchina. Le idee ci sono, la volontà e l’organizzazione anche. Ora non resta che continuare a lasciar parlare il campo.