Pirlo forse una scommessa, ma di sicuro non la prima

di Nevio Capella |

Finalmente ci siamo!
Dopo un mese di ipotesi e suggestioni di ogni tipo, la parola passa finalmente al campo e Andrea Pirlo potrà iniziare la sua nuova vita da allenatore con la prima presenza ufficiale.
Di lui si sono dette tante cose per provare a colmare quel senso di sorpresa destato inevitabilmente il giorno della sua investitura, ma di sicuro uno dei termini più utilizzati nel parlare di lui è stato “scommessa”.

Pirlo rappresenta una scommessa (molto grande in effetti) fatta dalla Juventus in un momento di evidente transizione in cui la società torinese deve traghettarsi dalla fine di un ciclo irripetibile all’inizio di una nuova era, ma se c’è una cosa che si può affermare senza timore di smentita è che non è la prima volta che la Juventus fa una scelta rischiosa per la propria panchina.
A ripassare bene la nostra storia, infatti, si scopre che è capitato diverse volte che la Juve a sorpresa abbia incaricato un allenatore con esperienza precedente minima o addirittura nulla, e nella maggior parte dei casi la scelta sia stata fortunatamente vincente, in modo da poter avere anche buoni auspici per il maestro bresciano.

Ecco chi sono i nomi più famosi di allenatori carneadi che hanno lasciato una traccia importante nella storia juventina: andando in ordine cronologico il primo grande caso di scommessa riguarda quella fatta da Giampiero Boniperti nell’estate del 1970 quando, dopo un paio di stagioni deludenti, sceglie il giovane livornese Armando Picchi che da poco ha appeso gli scarpini al chiodo da bandiera e capitano dell’Inter di Helenio Herrera per passare al ruolo di allenatore in cui si è cimentato per una ventina di gare con il suo Livorno, nel tentativo disperato, e riuscito, di salvarlo dalla retrocessione in serie C.
Boniperti si innamora della capacità di Picchi di praticare le sue idee innovative di calcio che da giocatore ne avevano caratterizzato la maestosa interpretazione del ruolo di libero, e lo porta a Torino dove però il lavoro del giovane tecnico viene drammaticamente interrotto dopo appena 6 mesi da un male incurabile che lo porta via a soli 36 anni.
La mano del livornese però si paleserà sulla lunga distanza essendo stato lui a gettare le basi del grandioso ciclo della celebre Juve tutta italiana degli anni 70.

E’ la stessa prematura scomparsa di Picchi a dare la possibilità a Boniperti di compiere un altro piccolo capolavoro, quando spalle al muro e senza grandi nomi da scegliere per il sostituto, chiama il suo ex compagno di squadra Cestmir Vycpalek, troppo spesso ingiustamente ricordato solo per una sua parentela.
Il boemo, dopo una discreta esperienza sulla panchina del Palermo portato nella massima serie dieci anni prima, si è dedicato al calcio minore nella Sicilia che ormai lo ha adottato e quando riceve la chiamata del geometra di Barengo è poco più di uno scout di giovani talenti.
Ovviamente a Boniperti non si può dire no e così “Cestoin appena due stagioni vince altrettanti scudetti disputando anche la prima finale di Coppa dei Campioni della storia juventina, alla quale si aggiunge anche quella di Intercontinentale, giocata, e purtroppo persa, contro l’Indipendiente dopo la rinuncia dell’Ajax.

Siccome il “Presidentissimo” ci ha preso gusto e proverbialmente “non c’è il due senza il tre”, ecco che nell’estate del 1976 si ripete per certi versi la storia di Picchi, con la differenza che questa volta la pesca viene fatta sull’altra sponda dei navigli, precisamente al Milan dove per due stagioni il giovanissimo Giovanni Trapattoni, anche lui ex colonna e bandiera dei rossoneri, ha alternato il ruolo di allenatore delle giovanili a quello di salvatore della patria entrando per due volte in corso d’opera sulla panchina della prima squadra prima al posto del dimissionario Rocco e poi dell’esonerato Giagnoni.
Quando sembra che la sua carriera non debba mai decollare definitivamente, Boniperti lo porta a Torino tra lo stupore generale, indovinando una scelta fortunatissima in quanto quello del Trap è tuttora ancora il ciclo più lungo e vincente della nostra storia, e lui ovviamente l’allenatore più titolato.

In realtà prima di queste tre intuizioni vincenti, ci sarebbero le esperienze di Paulo Amaral ed Heriberto Herrera che pur non essendo esattamente alle prime armi, si erano distinti più come collaboratori tecnici  che come allenatori.
Parliamo della metà degli anni 60 con la differenza che per il primo si trattò di un’esperienza breve e fallimentare, mentre il secondo tra qualche polemica di troppo (su tutti l’aver chiesto e ottenuto la testa di Omar Sivori) riuscì comunque a portare a casa una coppa Italia e il mitico scudetto del 1967, antesignano del 5 Maggio, vinto all’ultima curva a danno dell’Inter.

Esiste un ultimo precedente anche in epoca più recente, quello di Ciro Ferrara catapultato dall’essere collaboratore di Marcello Lippi in nazionale alla panchina più prestigiosa d’Italia, prima per chiudere una stagione finita male al posto dell’esonerato Claudio Ranieri, e poi per iniziare una stagione che in realtà Ciro, esonerato a sua volta a fine Gennaio 2010, non terminerà mai, andando di fatto a macchiare e compromettere del tutto la sua carriera da allenatore.

Forse è proprio l’avere come precedente più vicino l’unico tentativo andato male ad aver suscitato qualche perplessità di troppo su Pirlo, oltre che a far dimenticare i casi più datati ma chiaramente meglio auguranti.
Ad Andrea quindi oltre al nostro “in bocca al lupo” il compito di scrivere una nuova pagina di Juve a suo nome.


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