Andrea Pirlo e il (pericoloso) confine tra realtà e immaginazione

di Alex Campanelli |

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Andrea Pirlo è stato un calciatore sublime: nel dribbling, nelle giocate, nei lanci, nei calci di punizione, ma soprattutto nella testa. Pirlo sapeva sempre quale palla giocare (e aveva i mezzi per giocarle tutte), vedeva in anticipo traiettorie ad altri sconosciute, era capace di immaginare come si sarebbe svolta l’azione ben prima che la palla gli arrivasse tra i piedi. Suggestivo il fatto che l’immaginazione sembri essere alla base della sua prima esperienza da allenatore, sulla panchina della Juventus.

Anche il tifoso più sfiduciato e più arrabbiato con la dirigenza, quello che avrebbe voluto Zidane e Guardiola ma si sarebbe “accontentato” anche di Pochettino, così come quello che critica la scelta di affidare la panchina della Juve a un esordiente assoluto, nel profondo del proprio animo è stuzzicato da Pirlo. Perché nel nostro immaginario Pirlo è associato alla parte più luminosa del calcio, perché Pirlo è stato un campione universale ed è impossibile non stimarlo, perché sarebbe veramente troppo bello vincere la Champions League con Andrea Pirlo in panchina, un allenatore che ha la Juventus dentro, completamente scoperto e “inventato” dalla Juve.

Dall’altra parte c’è però la realtà dei fatti, che a tratti cozza con il ragionamento di cui sopra. Pirlo non ha mai allenato nemmeno una selezione giovanile, a differenza di Zidane e Guardiola quando sono stati messi alla testa di Real Madrid e Barcellona, nessuno sa come giocherà la sua Juventus perché fondamentalmente non lo sa nemmeno lui, al di là del botta e risposta con Cannavaro circolato in questi giorni. Arrivata al penultimo anno di contratto di un Cristiano Ronaldo che, seppur appaia immortale, si avvicina forzatamente al crepuscolo della sua carriera, la Juventus non si può permettere di fallire: il portoghese era stato acquistato per vincere la Champions League, una competizione che non si può programmare (come tutte), ma che si può affrontare nelle migliori condizioni possibili per limitare al minimo le possibilità di fallimento, sempre e comunque esistenti finché il pallone sarà rotondo. Da questo punto di vista, Pirlo allenatore è un gigantesco punto di domanda.

Perché allora avere fiducia in Pirlo? Pensare che la Juve abbia scelto lui perché “può diventare un grande allenatore” o perché “magari farà bene” cozza terribilmente con il modus operandi di un’azienda che ha sempre fatto di concretezza e programmazione i suoi punti di forza, ed è una scelta completamente in controtendenza rispetto al passato, che ha in sé una percentuale di rischio davvero elevata.

Andrea Agnelli è impazzito? Probabilmente no, probabilmente vede nel suo omonimo qualcosa che noi non possiamo vedere, non “vivendolo” in prima persona, e ha fatto una scelta tra il coraggioso e l’incosciente, sulla quale hanno sicuramente pesato l’opinione della squadra, il valore delle alternative a Pirlo e la situazione di bilancio. Ponderate queste situazioni, Agnelli ha scelto l’ex centrocampista come nuovo allenatore, una designazione che ha davanti a sé un ventaglio di possibilità enorme che vanno dal fallimento totale al trionfo europeo.

Non c’è immaginazione, non c’è sogno o speranza dietro la scelta della Juve, solamente valutazioni più o meno condivisibili che solo il tempo e il campo potranno smentire o legittimare. Soltanto una società che ha acquisito un credito enorme nei confronti di tifosi, media e addetti ai lavori, figlio degli scudetti vinti e dei campioni portati in bianconero, può permettersi una scelta così forte senza aver paura del contraccolpo. Crediamo in Pirlo, in Agnelli e nella Juve, con un atto di fede ancora più forte dei precedenti: anche se a volte non ci sembra così, i nostri obiettivi sono anche i loro.