Andrea Pirlo come un film, tra maestri e sogni

di Silvia Sanmory |

Carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita“.

(Cit.)

Ciak, si gira.

O meglio si gioca, l’amichevole contro il Novara che da il senso di quanto il nuovo Mister è (già) oltre il sarrismo: difesa che varia e si adatta in corso d’opera a seconda delle necessità, l’entusiasmo che fa la ola e si propaga a tutta la squadra, l’armonia del duetto pieno di promesse future tra  Ronaldo e Kulusevski.

5 a 0, buona la prima insomma, per dirla in un linguaggio cinematografico che mi solletica un pensiero: se la vita di Andrea Pirlo fosse un film, quale pellicola sarebbe?

“Inception” (2010 – regia di Christopher Nolan, attore protagonista Leonardo di Caprio che si infiltra nei sogni altrui)

Pirlo come un ladro di sogni. Lo racconta lui stesso, in una vecchia intervista, a proposito di quando era un allievo del Brescia, talmente avanti che la società falsifica la data di nascita sul cartellino per farlo giocare con i ragazzi più grandi: “I miei compagni giocavano tra loro senza considerarmi. Mi escludevano come un lebbroso solo perché ero più bravo, temendo che oscurassi il loro sogno. Scoppiai a piangere, correvo e piangevo. Ma dribblavo tutti e in dieci non riuscivamo a segnare. Io non avevo intenzione di fare il fenomeno, su questo erano assolutamente fuori strada. Io ero proprio fatto così“. L’incubazione del futuro genio che fa paura come il Babau sotto il letto.

“Karate Kid” (1984 – regia di John Avildsen, attore protagonista Ralph Macchio nei panni dell’allievo  che persevera con rigore ed equilibrio: “Dai la cera, togli la cera”)

Allenarsi senza sosta, anche a casa, con tavoli e sedie; visionare per ore Vhs e dvd per studiare nei dettagli la tecnica di Juninho Pernambucano; obiettivo: brevettare la “maledetta” alla Pirlo, il pallone che si abbassa improvvisamente  nell’area del portiere avversario, senza che quest’ultimo possa prevedere la traiettoria. “Le prime volte la palla finiva due metri sopra la traversa o al di là della recinzione di Milanello – racconta Andrea in un’intervista – dopo tre giorni il magazziniere del Milan mi odiava. Ma un giorno ho avuto un’illuminazione: Juninho non la prendeva con tutto il piede ma solo con tre dita e da li in poi è andata sempre a segno“.

“Un’altra giovinezza” (2007, regia di Francis Ford Coppola, Tim Roth interpreta un uomo dato per spacciato che ringiovanisce e acquisisce poteri e nuova coscienza di se)

Finito, relegato ingiustamente tra i “bolliti”, ritenuto persino dannoso per l’economia della squadra bianconera quando arriva tra le sue fila nel 2011. Eppure con la Vecchia Signora Pirlo vive una seconda giovinezza, è lui, il Campione del Mondo battagliero come un soldato, che apre la catena dei nove scudetti consecutivi. La Juventus dimentica gli anni oscuri e torna a ricoprirsi di luce e Pirlo risplende a sua volta con la Juventus.

“L’attimo fuggente” (1989, regia di Peter Weir con un leggendario Robin Williams professore originale che spinge i suoi allievi a distinguersi dagli altri e a seguire la propria strada)

Estro e logica, creatività e raziocinio, calma e poesia. Se penso a Pirlo, signore del centrocampo e alla sua sapienza tattica, non mi stupisce che venga definito il Maestro. Un maestro trasversale, oltre i colori che ha vestito in campo. Un leader silenzioso, per dirla alla Marcello Lippi, che parla con i suoi piedi e la sua testa. Nel suo libro “Penso, quindi gioco“, Pirlo afferma che “tanti singoli fanno una squadra, tanti sogni fanno un trionfo”.  E mi torna in mente la scena cult de “L’attimo fuggente“, quella nota del “Oh Capitano, mio Capitano“, tutti in piedi sui banchi ad onorare  commossi il professor Keating, quello che insegna a guardare le cose da angolazioni diverse.

Un Capitano al quale affidarsi: “Ero chiamato a vincere da giocatore – dichiarazione di pochi giorni fa di Pirlo –  lo sarò da allenatore“.

Ciak, si continua a girare.


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