Pirlo, gli approcci sbagliati nascono dalla confusione tattica

di Juventibus |

Un’altra gara sconcertante in un ottavo di Champions League. Proviamo a capirne i motivi.
La strada scelta in questi anni, di un cambio di mentalità, di una squadra offensiva e intensa è giusta, ma va perseguita con forza, acume e intelligenza.

Le gare vanno giocate con grande intensità, senza paura e con la volontà di “far male” all’avversario. Individuato il percorso però, occorre una guida tecnica che lo traduca in fatti e, se possibile, vittorie.

Le ultime vittorie (Roma, in Coppa con l’Inter) pur con molte attenuanti (gare ravvicinate, indisponibili) hanno portato punti e sorrisi ma non hanno “costruito nulla”, e si è visto poi con Napoli e col Porto.

Il percorso di crescita si è interrotto e la squadra si è involuta. Una squadra troppo acerba che non ha certezze e conoscenze sufficienti per poter accendere e spegnere l’interruttore dell’intensità e del gioco propositivo a comando e Pirlo è parso trascurare questo aspetto.

La scelta di un calcio intenso e propositivo non è una questione di moduli ma di concetti:

  • Utilizzo dei giocatori nelle funzioni a loro più congeniali,
  • Assegnazione di compiti di base precisi in tema di occupazione degli spazi,
  • Costruzione dei reparti secondo un logica di complementarietà tra uomini.

Concetti ovvi, che sono la base su cui “applicare” i principi di gioco e infine le sfumature e gli aggiustamenti tattici. Si può essere “intensi e offensivi” con qualsiasi modulo ma, per essere credibile, una squadra deve rispettare quei concetti base e, una squadra come la Juve, tradurli poi in vittorie.

Pirlo deve uscire dall’equivoco di moduli e tesi da Coverciano e diventare una vera guida tecnica, cominciando da quelle basi, anche in presenza di infortuni e stanchezza psico-fisica, restituendo CERTEZZE ai giocatori e di conseguenza al collettivo.

Facciamo un esempio pratico: McKennie.
L’americano è stato aria fresca in termini fisici e di sfrontatezza: corre, pressa, si inserisce e tira. Eppure è evidente che Weston non sia né un uomo di fascia, né un trequartista. La sola dote degli inserimenti non ne fa un trequarti. McKennie è un centrocampista “classico” capace di pressare è recuperare, con discrete doti di palleggio e ottima capacita’ di inserimento.

Perché “snaturare” l’americano in un modulo precostituito (in fascia nel 442 o da trequarti nel 3412 in costruzione?). A chi sarebbe saltato in testa -ad es.- di far giocare Marchisio trequartista solo perché aveva buoni tempi di inserimento? La stessa cosa accadeva con Sarri che costrinse a quel ruolo prima Bernardeschi, poi Bentancur e infine Ramsey.

Barcellona-Juventus (0-3) al contrario è stata la gara perfetta per dimostrare la bontà dei tre concetti base per un progetto credibile di calcio intenso, offensivo, entusiasmante.

Quella serata Pirlo integrò tutti i tre concetti:

Due terzini (Danilo e Sandro), due centrali (Bonucci e de Ligt), un centrale di centrocampo (Arthur) e due mezz’ali (Ramsey e McKennie), Cuadrado di raccordo e due punte (Morata e Ronaldo). Ognuno nella propria posizione, squadra con compiti e spazi precisi, reparti composti da giocatori complementari.

Da questa base, tramite alcuni accorgimenti (spostamento in avanti di un laterale in una fase, scivolamento di Cuadrado sulla linea di centrocampo in un’altra) la Juve ha proposto un ottimo calcio, intenso ed efficace sia in fase offensiva che, nel secondo tempo, in fase difensiva.

Al netto degli infortuni, Pirlo non ha sempre seguito la strada della semplicità, incaponendosi nel voler cambiare spesso e dando l’impressione di focalizzarsi più sulla teoria astratta del gioco posizionale che sul concetto di valorizzazione delle risorse a disposizione (vedi anche i ruoli innaturali assegnati a Rabiot e Bentancur). Questo ha tolto certezze individuali e di squadra, con una stagione affrontata con 34 formazioni diverse nelle 34 gare fin qui affrontate.

In questo contesto è difficile per un giocatore (in primis per giovani come McKennie, Kulusevski, Chiesa, o in crisi di identità come Bentancur, Bernardeschi o Ramsey) crescere di livello ed acquisire sicurezze ed è impossibile creare automatismi e soluzioni alternative o piani B.

Da inizio anno assistiamo a buone gare alternate a situazioni incomprensibili: giocatori appiattiti sul portatore rivale che lasciano praterie, gol presi a difesa schierata in 7 contro 2 (vedi Marega ma anche Caicedo) o giocatori che si scontrano tra di loro, con effetti da gara amatoriale o situazioni con uno schieramento a dir poco sconcertante, come questa:

I giocatori sono tatticamente confusi e da qui nascono “gli approcci sbagliati”. Il rischio è che si crei uno scollamento tra la squadra e Pirlo, perché i giocatori annusano subito una confusione tattica o una mancanza di leadership in panchina e smettono di correre se capiscono di farlo a vuoto.

Il cambiamento va perseguito ma è proprio ora che serve una Guida -sicura e lucida- e per superare questa impasse, per Pirlo, farà tutta la differenza tra restare un Ferrara o un Seedorf o diventare un Guardiola o uno Zidane.

di Massimiliano Tavella