Sarri, errare è umano, perseverare col 4312 sarebbe diabolico

di Juventibus |

centrocampo

Se c’è un aspetto sul quale tutti o quasi eravamo d’accordo, con l’avvento di Sarri in panchina, è il fatto che, da quest’anno, non sarebbero mancati i gol e lo spettacolo.
A poche partite dal giro di boa, nonostante i risultati comunque soddisfacenti, ciò che latita è proprio il gioco offensivo.
L’impressione è che l’integralista Sarri si sia fatto improvvisamente cogliere da pensieri legati all’equilibrio, alla compatibilità dei singoli ed a un pragmatismo tanto caro a chi lo ha preceduto.
L’idea di per sé non desta particolari preoccupazioni, ed anzi, mostra per un certo verso intelligenza ed elasticità. Se non fosse per un semplice, quanto determinante dato: il modulo attuale non funziona. Non valorizza né il gioco né tanto meno i singoli.

Perché trequartisti all’altezza non ne abbiamo in rosa; perché Ronaldo, anche col 6-3-1, partirebbe comunque largo a sinistra; perché la presenza di un trequartista ha azzerato l’apporto in fase offensiva degli interni di centrocampo.
Possiamo dare la colpa agli infortuni e al ritardo dei nuovi acquisti, ma la partita di sabato ha evidenziato il primo grave errore di Sarri da quando è sulla nostra panchina. Bernardeschi non gira, c’è poco da dire; il 4-3-3 è il sistema di riferimento del calcio sarriano per eccellenza, nonostante una professata elasticità; sabato tutti i terzini erano a disposizione. Ed allora perché non riportare Cuadrado alto a destra e far giocare uno dei due terzini destri nel proprio ruolo? Ad oggi, la miglior partita della stagione è stata quella di Madrid, con Cuadrado terzo d’attacco.

Se per far coesistere “quei tre davanti” ritengo sia necessario un fitto lavoro invernale sgombro da impegni infrasettimanali e pause nazionali, per mettere in campo un tridente più “tattico” basterebbe ripartire da dove si era lasciato (prima ora col Napoli e con l’Atletico).

Se da un lato può darsi che sul giudizio pesi il risultato di sabato (partita dove, per ampi tratti, si è vista una bella Juve che ha preso i primi 2 gol pochi minuti dopo aver fallito il raddoppio), dall’altro è innegabile che la creatura sarriana ad oggi non ha sufficienti punti di rottura con la Juve passata, avendo però perso alcuni punti di forza, consegnando agli annali una squadra ibrida e poco convincente, in cui la mano dell’allenatore appare ancora troppo timida e snaturata.

Ed allora, se proprio devi sbagliare, meglio farlo perseguendo le tue idee fino in fondo.

Che poi, se sei convinto delle tue idee (e Sarri lo è assolutamente) serve solo riuscire a trasmetterle al gruppo. Se ciò avverrà, il risultato sarà di certo ottimo. Se ciò non avverrà… quanto meno… no regrets!
Anche perché, al di là di ciò che avviene all’interno dello spogliatoio, l’impressione da fuori è che, paradossalmente, un uomo come Sarri, possa far più presa su un gruppo di giocatori abituati a vincere, se si mostri convinto al 100% delle sue idee, piuttosto che essere perso dietro ad aggiustamenti che accontentino questo e quello.

O forse il problema sta proprio qui: il suo integralismo non ha fatto presa e cerchi dei correttivi che facciano quadrare il cerchio.
Se così fosse -ipotesi ardua ma non impossibile- prevedo poche soddisfazioni per la Juventus in questa stagione, oltre ad avere il sospetto che la fiducia nei suoi confronti sarebbe stata allora stata mal riposta, visto che ciò che contraddistingue un grande allenatore di campo -e non un semplice “gestore di campioni”- è proprio la capacità di far mettere in pratica, a grandi campioni, i propri dettami tattici.

Non sono così negativo. Credo che Sarri sia partito in punta di piedi, per non stravolgere l’ambiente, e stia pian piano facendo fronte alle difficoltà utilizzando la maniera meno traumatica possibile.
Continuo ad essere fiducioso che con il recupero degli infortunati, la crescita fisica e tattica dei nuovi innesti, ed una maggior proposizione delle sue idee, a marzo vedremo la vera Juve che lotterà ovunque fino alla fine (come sempre del resto).
Nel frattempo, è finito il tempo degli esperimenti, delle toppe e, soprattutto, dell’incertezza, che non dà un bel segnale né verso l’interno né verso l’esterno.

di Andrea Mangia