Perin e la storia dei portieri italiani alla Juve

di Nevio Capella |

In questi giorni stiamo provando a capire e analizzare le eventuali strategie future della Juventus che hanno portato a chiudere in tempi decisamente rapidi, specie se paragonati ad altre operazioni più “laboriose” di questi ultimi anni, la trattativa con il Genoa con cui si è concretizzato l’arrivo a Torino di Mattia Perin, il venticinquenne portiere di Latina che con Donnarumma sembra essere il maggiore candidato a raccogliere la pesante eredità di Gigi Buffon tra i pali della neonata nazionale italiana di Roberto Mancini.

Tra interrogativi e ragionamenti che trovate qui su entrambi i portieri che difenderanno i nostri pali il prossimo anno, risulta evidente che l’operazione Perin garantisce alla Juventus la conferma di una delle ultime tradizioni ancora rimaste in piedi, quella del portiere italiano, possibilmente titolare della nazionale, che arriva quasi sempre ad un’età che non è quella della maturità acquisita ma nemmeno quella dell’inesperienza e della polvere da mangiare ancora in dosi massicce.

Andando a ritroso nel tempo si scopre che a partire dalla stagione 1961-62 fino ad arrivare a quella appena terminata, la porta bianconera è stata difesa in un intervallo lungo ben 57 anni da appena cinque portieri, tutti rigorosamente italiani, con cicli che vanno da un minimo di 7 anni a un massimo di 17, fatta eccezione per quattro stagioni in cui i titolari sono stati estemporanei (e in un solo caso straniero) e ben presto sostituiti per mancanza di fiducia.

 

1961-1970: Roberto Anzolin

 

Questa striscia inizia per l’appunto nell’estate del 1961 quando arriva a Torino Roberto Anzolin, giovane portiere vicentino dal fisico abbastanza esile e sicuramente non prestante, caratteristiche che però lo aiutano ad avere un’incredibile agilità tra i pali e nelle uscite basse che saranno i suoi indiscutibili punti di forza per tutti i nove anni di permanenza bianconera, chiusi nel 1970 con uno scudetto e una coppa Italia all’attivo, ma senza praticamente entrare mai nel giro della nazionale maggiore nonostante la convocazione ai mondiali del 1966, differentemente da alcuni colleghi che verranno dopo di lui.

Il dopo Anzolin è rappresentato da due dei sopracitati quattro anni di interregno in cui la Juventus si affida prima ad una coppia di titolari formata da Roberto Tancredi e Massimo Piloni che si alterneranno regolarmente per tutto l’anno, e poi, nella stagione 1971-72, a Pietro Carmignani il cui più ricorrente ricordo dell’esperienza in bianconero resta purtroppo una clamorosa papera che nei minuti finali di una trasferta a Cagliari costò la sconfitta ma fortunatamente non pregiudicò la conquista dello scudetto a fine torneo.

 

1972-1983: Dino Zoff

Le incertezze dell’estremo difensore toscano convinsero la Juventus a cambiare nuovamente, e fu così che nell’estate del 1972 iniziò il regno di Dino Zoff, probabilmente con Buffon il più grande portiere della storia del calcio italiano e tra i più grandi di sempre in assoluto.

Zoff fu prelevato dal Napoli dove aveva disputato cinque campionati e arrivò a Torino a 30 anni già compiuti, quindi inquadrato come una soluzione che poteva garantire maggiore affidabilità ma minore copertura temporale del ruolo da chi non avrebbe nemmeno lontanamente immaginato che SuperDino potesse restare ala Juventus per 11 anni, vincendo una marea di titoli e riuscendo in varie imprese tra cui quella di inanellare 332 partite consecutive in campionato, record tuttora imbattuto, grazie ad un culto quasi maniacale del proprio fisico e una dedizione al lavoro senza eguali.

Il portiere friulano era dotato di un incredibile senso del piazzamento tra i pali e fuori, soprattutto nelle uscite alte, e delle sue caratteristiche colpivano in particolar modo la freddezza e la lucidità costanti in qualsiasi momento della partita e qualunque fosse la posta in palio: la sua straordinaria esperienza juventina fu ricca di soddisfazioni e impreziosita dalla conquista del Mondiale all’età di 40 anni, ma si concluse amaramente con l’evento che nella nostra storia molto spesso è stato abbinato alla delusione, la finale di coppa dei Campioni persa ad Atene contro l’Amburgo a maggio del 1983.

 

1983-1990: Stefano Tacconi

Per la successione di Zoff, la Juventus scelse Stefano Tacconi che si era messo in luce nelle due stagioni precedenti ad Avellino brillando per costanza di rendimento, ottima agilità tra i pali e un carattere molto forte che gli consentiva di esaltarsi nei momenti delicati delle partite ma che gli causò anche qualche problema con i suoi allenatori, compreso Giovanni Trapattoni che nel secondo anno in bianconero del portiere perugino spesso lo alternò con Luciano Bodini, in particolare nel finale di stagione quando quest’ultimo fu titolare in diverse gare di campionato, nella supercoppa europea contro il Liverpool e in quarti e semifinali della Coppa dei Campioni poi vinta nel tragico epilogo di Bruxelles, partita in cui però Tacconi si riprese il suo posto.
Complice lo straordinario ciclo di quella Juventus, Tacconi è riuscito a diventare uno dei cinque giocatori capaci di vincere tutte le competizioni UEFA esistenti per club e oltre alle innumerevoli vittorie e alla sua dichiarata fede juventina, resta stabilmente uno dei calciatori più amati dai tifosi proprio per la spiccata capacità di essere leader, a volte anche sopra le righe, e per quella che di fatto fu la sua ultima stagione di alto livello, nel 1990, con la conquista da capitano della Coppa Italia e della Coppa Uefa, un anno prima dell’approdo in panchina di Maifredi con cui non ci furono mai buoni rapporti tanto da arrivare lentamente alla decisione di lasciare Torino e andare a concludere la carriera nel Genoa con più ombre che luci.

 

1990-1999: Angelo Peruzzi

In realtà, Tacconi proseguì un ulteriore anno facendo da chioccia al nuovo arrivato Angelo Peruzzi, che aveva visto la sua rapida ascesa in maglia giallorossa frenata da una squalifica di 12 mesi per doping da uso di fentermina: la Juventus, intuite le doti del viterbese, lo acquistò per poco meno di 5 miliardi di lire portandolo a fare praticantato all’ombra di “Capitan Fracassa” di cui poco alla volta prese il posto in pianta stabile, conquistando poi la titolarità definitiva nella stagione 1992-93 e subito una coppa UEFA messa in bacheca, con Michelangelo Rampulla arrivato dalla Cremonese a fargli da secondo.

Peruzzi era un portiere dal fisico imponente e massiccio pur a fronte di una statura (1.81) sotto il livello medio del ruolo, e proprio la sua struttura fisica, oltre a valergli i soprannomi di “Tyson” e “Cinghialone”, lo rendeva praticamente insuperabile in quella che diventerà presto la specialità della casa, l’uscita bassa sull’avversario lanciato a rete, grazie anche ad un’agilità apparentemente insospettabile vista la sua mole e ai riflessi prontissimi che negli anni ne hanno fatto anche un ottimo para rigori, come testimoniano i due prodigi della notte romana del 1996 quando la Juventus si aggiudicò la sua seconda e per ora, ahinoi, ultima Coppa dei Campioni.
Come Tacconi, anche Peruzzi è stato per un paio di stagioni capitano della squadra e non ne ha eguagliato lo slam di trofei UEFA vinti solo perché la Coppa delle Coppe stava per andare in pensione e, contemporaneamente, la Juventus era tornata a frequentare abitualmente la massima competizione europea; la sua esperienza bianconera che avrebbe potuto essere decisamente più lunga, si interruppe nel 1999 a causa degli stimoli venuti meno nella burrascosa annata culminata con le dimissioni di Marcello Lippi, che lo stesso Peruzzi seguirà poi all’Inter.

 
2001-2018: Gianluigi Buffon

I due anni seguenti rappresentano la seconda metà delle stagioni in cui si è fatto lo strappo a questa “regola” non scritta, e sono quelli in cui la porta juventina è difesa dal lungagnone olandese Edwin Van der Sar, primo portiere straniero della storia di Madama. Van der Sar arrivò dall’Ajax in cui era cresciuto con la gold generation di campioni allevati da Louis Van Gaal, e anche per questo risultava essere uno dei primi portieri dell’era moderna molto abile nel gioco con i piedi oltre ad avere un’evidente atletismo che lo faceva essere, tra le altre cose, un ottimo para rigori.

Ma l’esperienza dell’olandese a Torino fu segnata soprattutto nella seconda annata da alcuni clamorosi errori che, oltre a condizionare l’esito delle partite singole in cui furono commessi, risultarono a conti fatti decisivi per la perdita di alcuni punti a favore della Roma che poi si laureò campione d’Italia.
Fu così che nell’estate 2001, quella della grande rivoluzione con cui la Triade riportò in panchina Marcello Lippi, con il ricavato della cessione a suon di miliardi di Zidane al Real Madrid la dirigenza bianconera acquistò il meglio che il mercato italiano offriva in ogni ruolo: dall’attacco alla porta, Salas, Nedved, Thuram e Buffon.

Gianluigi Buffon, appunto.
Di lui soprattutto in questi ultimi anni abbiamo detto e scritto tutto, e poco meno di un mese fa ci siamo goduti il suo dilazionato addio ai nostri colori dopo diciassette stagioni costellate di parate memorabili, record, momenti esaltanti e passaggi complicati, cadute e risalite.
La grandezza di Super Gigi è stata quella di essere numero uno in campo e fuori, fuoriclasse non solo nel suo lavoro ma anche nel modo di saper essere leader, comunicatore e soprattutto “umano”, al netto dei sentimenti esternati sempre in modo genuino, anche a costo di pagare dazio alla critica.
Il suo ultimo anno juventino è stato condiviso con Wojciech Szczesny che ne raccoglierà l’eredità, almeno il prossimo anno, e alzi la mano chi la scorsa estate, all’ufficializzazione del polacco, non ha pensato almeno per qualche minuto al rischio di poter assistere a una riedizione dell’esperienza non certo felice di Van der Sar.
Invece, Tech ha fatto la sua parte sempre e bene, e ora darà inizio in coabitazione con Perin alla più ingombrante successione che gli potesse toccare, e se è vero che la storia ha insegnato che alla Juventus più era grande l’eredità da raccogliere dal precedente numero uno, e più chi ha ricevuto l’investitura ha saputo cavarsela egregiamente proseguendo questa grande tradizione, possiamo essere sereni e tranquilli in vista dell’immediato futuro.