Il percorso emozionale di Mattia Perin

di Matteo Viscardi |

Le parole d’amore, misurate ma emozionanti, lo sguardo fiero ma provato, le lacrime, trattenute a stento e poi liberate senza vergogna, con il susseguirsi vorticoso d’emozioni. Dettagli quasi fotografici, come fossero una polaroid emozionale di un ragazzo al probabile passo d’addio.

Dettagli della conferenza post Genoa-Torino di Mattia Perin (tramutatasi in una sorta di saluto commosso alla stampa ligure), che tratteggiano minuziosamente animo e stato d’animo dell’ex Padova. Il portierone di Latina, con il groppo in gola, rende omaggio al microfono (dopo averlo fatto anche in campo, con i tifosi) alla grande famiglia del Grifone, che lo ha accolto da ragazzino e lo ha accompagnato, passo dopo passo, sino alla maturità pallonara. Lo fa con un pizzico di magone, come un giovane che sceglie di andarsene dalla casa dei genitori, consapevole di come, a malincuore, sia giunto il momento di uscire (non solo in prestito) dalla propria comfort zone calcistica (comunque di raro prestigio), per misurare le proprie doti sul lussuoso palcoscenico planetario della Champions League.

La competizione con la celebre musichetta, che, riforma dopo riforma, si avvicina sempre di più all’idea di superlega in linea, pur con tutti (e tanti) i distinguo del caso, ad un NBA (anche se potrebbe assomigliare più all’MLB) pallonara. Proprio quell’NBA di cui Mattia è un grande fan, tanto da aver presenziato come guest star, negli anni scorsi, ad una puntata di Basket Room, talk show di una nota emittente satellitare dedicato al mondo della palla a spicchi, con grande attenzione alle vicende oltre l’oceano Atlantico.

Una NBA calcistica da affrontare, sin da subito, all’interno di un team ultracompetitivo nel ruolo di Perin, con la necessità di mettere in luce tutte le qualità di cui il numero 1 classe ’92 dispone per mettere in discussione le gerarchie interne, almeno quelle di partenza, tracciate dal presidente Agnelli. “L’eredità di Gigi passa a Tech Szczesny“, ha detto la massima carica dirigenziale bianconera nel giorno della conferenza d’addio di Buffon, addirittura abbreviando benevolmente il nome del ragazzo polacco, lasciando intendere grande stima nei suoi confronti. Un problema per l’ex Pescara? Assolutamente no, al massimo uno stimolo in più per mostrare al mondo, ancora una volta, di che pasta è fatto Mattia Perin.

Uno vero che, a vent’anni ancora da compiere, a Padova, terra ovale se ce ne è una, dove s’impara l’arte del sostegno dentro e fuori dal campo, ha saputo prendersi la maglia numero 1 a suon di parate e lavoro quotidiano di spessore, nonostante l’età e la concorrenza di un referente massimo come Ivan Pelizzoli. Uno che si è rialzato senza cicatrici psicologiche dopo l’anno difficile in Abruzzo, bersagliato e trafitto senza tregua dagli attaccanti avversari, non sempre esente da colpe, alla prima vera esperienza in massima serie. Uno che, soprattutto, tra una parata e l’altra sul mar Ligure, ha patito due infortuni terribili ai legamenti crociati di entrambe le ginocchia, tornando incredibilmente in campo sempre più forte di prima.

Molto più di semplici dettagli, che rendono Mattia Perin un profilo da Juventus, non solo per il notevole standard prestativo consolidato in questo magico ’17/’18, ma anche per la capacità di gestire con perizia tutto l’insidioso sottobosco emozionale che circonda le radici di un portiere di primo livello.