Perché Sarri serve in panchina

di Michael Crisci |

Maurizio Sarri viene definito “allenatore di campo”. Spesso, tutti noi, ci inerpichiamo in terminologie d’uso comune di cui forse non conosciamo appieno il significato. Il frasario comune ci porta a etichettare un addetto ai lavori in un certo modo, senza poi approfondire realmente il significato dell’aggettivo utilizzato.

Ma Sarri è realmente un allenatore di campo. Un allenatore che vive il campo, che si nutre dell’odore dell’erba, che non può dare il 101% se non è lì, in mezzo ai suoi ragazzi, a urlare, a dare disposizioni, a catechizzare. La polmonite che lo ha messo KO per le prime di campionato, lo ha reso dunque un leone in gabbia, tanto che sono frequenti le sue scappatelle pubbliche, nonostante una consigliata “quarantena”.

Sarri è quella tipologia di allenatore che diventa un tutt’uno con la squadra, e che quindi ha bisogno del contatto diretto coi giocatori per trasferire il suo credo. Rappresenta un prototipo della nouvelle vague degli allenatori, appunto, “di campo”, che ha Klopp, Guardiola e Antonio Conte come capostipiti.

E per quanto la Juve abbia già introiettato molti dei principi del toscano, nonostante la sua assenza (e anche dei difetti, come si è visto contro il Napoli), alcune situazioni, molto probabilmente, potranno risolversi solo col suo ritorno in pianta stabile; come ad esempio l’inserimento di Matthijs de Ligt, soprattutto dopo l’infortunio di Giorgio Chiellini. Il feeling che Sarri instaurerà con l’olandese sarà fondamentale, specialmente perchè il numero 4 è il designato a comandare la famigerata “linea a 4 difensiva sarriana”, la base della nuova Juventus.

E di sicuro solo con Sarri alcune situazioni di spogliatoio potranno essere gestite al meglio, comprendendo il giusto distacco del pur bravo Martusciello; come ad esempio accaduto a Parma, quando Dybala ed Emre Can sono usciti scurissimi in volto dopo i 90 minuti di panchina, conditi anche da fasi illusorie di riscaldamento. Anzi, è sulla gestione di una rosa così corposa che Sarri si giocherà molto della sua avventura in bianconero (e il caso del tedesco fuori dalla lista Champions rappresenta un importante banco di prova).

La Juve ha già sperimentato la situazione di non avere fisicamente l’allenatore in panchina, anche se si tratta di una Juve diversa per almeno il 99% degli elementi; Nel 2012/2013, si dovette fare a meno di Antonio Conte, squalificato. Vi furono alcune situazioni che sfuggirono di mano all’allora vice Angelo Alessio (la reazione di Quagliarella a una sostituzione durante un Milan-Juve, mandò su tutte le furie l’attuale allenatore dell’Inter).

La differenza sostanziale dall’attuale stato dell’arte sta nel fatto che quella era una Juve già collaudata, forgiata l’anno prima, e con pochi innesti veri dal mercato (Asamoah, con Pogba e Giovinco che facevano spola tra panchina e campo). L’attuale Juve ha bisogno dell’imprinting del nuovo allenatore, e forse non è un caso se alcuni acquisti importanti, come Rabiot e de Ligt, sono stati inizialmente messi da parte (anche se l’olandese ora dovrà giocare per forza di cose). La presenza fisica di Sarri sarà fondamentale anche per l’inserimento dei nuovi innesti.

Ora non ci tocca che aspettare. Il tecnico migliora, ma è ancora scevro dell’idoneità, e forse dovrà seguire un non brevissimo iter di rientro, che verrà concordato dai medici. Al suo ritorno, potremmo finalmente vedere gli effetti reali dei suoi insegnamenti, nella speranza che durante la sua assenza, per quanto lunga o breve possa ancora essere, la squadra assimili lo stesso il più possibile del suo credo.


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