The Champions: Perché perdere il sonno e perché dormire tranquilli

di Giuseppe Gariffo |

La particolarità dei post-partita di Champions è che l’indomani, in ogni caso, c’è da andare al lavoro. Dunque bisogna riposare bene, svegliarsi presto, raccogliere le energie per affrontare una giornata faticosa. La fatica di tutti i giorni, per carità, ma il fantasma della Coppa con le orecchie per chi è autenticamente e profondamente gobbo è diventato, diciamocelo senza pudore, un pensiero dominante, che ti toglie energie fisiche e psicologiche preziose sia per il matchday che, se non va come si auspica, per l’indomani.
Così dopo un pareggio per zero a zero all’esordio, nulla di drammatico, fai fatica a prendere sonno e quando inizia a sbiadire l’incazzatura del fischio finale (ma è ancora lontano il momento dell’apertura di sguardo necessaria per ricordarsi che la vita è fatta di bene altre sfide e ben altri drammi) cerchi di discernere, di prendere in esame i fattori che ostacolano il tuo riposo, provando a razionalizzare e a capire perché invece puoi dormire sonni tranquilli.

Perché non dormire

Alla vigilia abbiamo ancora negli occhi la doppia sfida con il Bayern della stagione passata. Due cose, di quelle partite, restano fisse in mente. Gli ultimi 15’ dell’Allianz, certo… l’ingresso di Coman, i cambi sbagliati (col senno di poi) di Allegri, la squadra che si abbassa, Evra che non la spazza, sì. Ma di più rimane impresso il primo tempo di Torino. Il troppo rispetto per l’avversario, la paura di osare. Il secondo tempo e il match di ritorno ci hanno insegnato che non siamo inferiori a nessuno, che bisogna avere fiducia nei nostri mezzi. Abbiamo messo paura al Bayern e quell’esperienza ci darà la certezza di essere inferiori a nessuno e la rabbia per scendere in campo ed andarci a prendere con tutti i mezzi, stavolta, quello che lo scorso anno era alla nostra portata e ci è stato negato dal troppo rispetto, dalla paura, e da 15’ gestiti male. Quest’anno non temeremo nemmeno il Bayern, figuriamoci il Siviglia. Dopo un mercato scoppiettante come quello appena trascorso questa convinzione si radica ancora di più.
E invece giochi la prima, in casa, dopo tanta attesa, leggi la formazione e inizi già a rimuginare. Ci sono tre centrali difensivi, Lemina e Asamoah a centrocampo, largo a sinistra un difensore: Evra. Guardi la panca e vedi tanta qualità messa in naftalina. Pjanic fuori, Alex Sandro fuori, Cuadrado e Pjaca idem. Passi i mesi a sentirti dire che bisogna colmare il gap di qualità con le altre grandi di Europa, che servono giocatori buoni e poi ci penserà il mister a sistemarli, che serve tecnica e circolazione rapida della palla e non puoi far finta di credere che la lineup iniziale sia in linea con quelle parole.
L’andamento della gara non smentisce le impressioni, la Juve si rende pericolosa ma per lo più su errori degli avversari, la circolazione della palla è bassa e lenta. Lemina non domina né col fisico né con la tecnica, Asa è meno intraprendente del solito, Dybala deve arretrare nella propria trequarti per accendersi e accendere, Khedira ha le polveri bagnate. Ma soprattutto non vedi quel “sacro fuoco” e quell’arroganza che ti aspettavi. Pjanic entra a metà della ripresa e ti chiedi perché la sua qualità non sia stata sfruttata dall’inizio, Sandro a sinistra è altra roba rispetto ad Evra, eppure ti chiedi perché insistere con una difesa a tre fino al 94’ contro una squadra senza né punte né voglia di offendere (con buona pace di Sampaoli e del suo celebre calcio offensivo) e non gettare nella mischia l’ignoranza e l’abilità nell’uno contro uno di Cuadrado o Pjaca, che alla fine entra sì, ma tardissimo e al posto di Dybala e non di una lettera della BBC.
Finisce 0-0, e adesso si va a Zagabria sotto pressione, come se non bastasse quella che in questa coppa ci buttiamo addosso da soli. Perché se si vuole vincere il girone (il passaggio del turno non crediamo sia a rischio) servono tre punti già lì. Senza alibi

Perché dormire

Poi pensi che l’indomani c’è da prendere in mano bisturi e turbina, come sempre, capisci che bisogna dormire e per farlo bisogna aprire la mente e riconoscere che non è tutto nero.
Che se chi vince tre Europa League arriva allo Stadium intento solo a non prenderle e ad addormentare la partita, vuol dire che ti temono. Che se delle 6-7 palle gol costruite, di dritto o di rovescio, un paio fossero entrate, non avrei certamente spaccato il capello in quattro. Che la condizione fisica non è ancora al Top, che Pjanic deve entrare ancora alla perfezione nei meccanismi (e si è anche visto, insieme ai lampi di classe, al suo ingresso in campo), che con Marchisio davanti la difesa sarà un’altra cosa. Che anche lo scorso anno iniziai criticando e defollowando Allegri, per poi riconoscerne le qualità e i meriti già due mesi dopo. Che impareremo anche da questa partita. Che la vittoria del girone non è poi compromessa perché anche nella partita più difficile sulla carta, a Siviglia contro lo stesso avversario di ieri, non troveremo una squadra che fa anticalcio come stavolta. Che dobbiamo attraversare un ostacolo alla volta perché Cardiff è lontana, la strada è impervia, ma esiste. Affrontiamola curva per curva. Ci vuole halma. E sonno