DAI LETTORI – Perché non ho rinnovato l’abbonamento

di Riceviamo e Pubblichiamo |

stadium abbonamento

Carissimi,
Sono stato abbonato per molti anni.
Sono stato a Cardiff. E’ stato uno shock per me, non perdere, quello no, quello può succedere, ma come abbiamo perso.
E come abbiamo vinto durante la stagione.
Così oggi, che è scaduto il termine per i rinnovi, dopo un lungo periodo di subbuglio interiore posso finalmente dire a me stesso che no, non ho rinnovato l’abbonamento.
Prima non l’avrei detto, e non l’avrei scritto, perché c’era l’intenzione di non rinnovare ma la tentazione e il rimorso, e un po’ anche la vergogna temevo mi avrebbero costretto.
Un anno di purgatorio, lo rinnovo lo stesso, magari non ci vado, magari mi ri-innamoro. Invece no, ho trovato la forza interiore, e oggi, adesso lo posso dire, mi sento libero.
Ma non è stata Cardiff. E non è il mercato che non c’è. Anche se davvero non c’è e non ci fa sognare.
Lo scorso anno sognavamo di vendere Pogba, di realizzare dei soldi pazzeschi con un giocatore tutto sommato sopravvalutato e di prendere qualche campione.
Poi invece abbiamo fatto lo scambio di figurine, Pogba per Higuain + 10 milioni, al prezzo di due cani per un cavallo, prendendo un cavallo che personalmente non amo perché tecnicamente dotato ma anche eccessivamente sformato, di quella razza di cavalli da corsa che dopo i 30 diventano cavalli da tiro, dei bidoni ambulanti – intesi come forma, tipo Ronaldo, e non del tipo rigorosi con se stessi, alla Pirlo o alla Buffon per intenderci.
Douglas Costa è, secondo me, un funambolo senza concretezza, tant’è che il Bayern di Carletto non fa mistero di volersene disfare. Danilo, De Sciglio e Darmian sono buoni comprimari.
Mi piace Schick, ma mi pare abbia giocato poco più di me in Serie A (ed io faccio il commercialista) e già si fa i selfie nell’aereo privato. E al limite avrei trovato stimolante vedere all’opera Bentancur, Mandragora (che nell’unica apparizione ha fatto un gran bene), Caldara, Rugani, magari Cancelo e Berna.
E’ un po’ la noia. La stufia, come diciamo qui a Torino.
Un campionato vinto in carrozza, con la sensazione di aver perso a comando nelle principali piazze a beneficio dell’altrui tifo nell’ottica di mantenere un valore decente per quella che sarebbe stata l’asta sui diritti TV, 33 partite vinte in casa consecutivamente, con secondi tempi passati a sbadigliare perché – giustamente – si devono gestire le forze per 3 competizioni.
Ed una persistente inadeguatezza europea, prima nella qualità della rosa (2015) e oggi nella quantità (2017, basta vedere i cambi), inadeguatezza che verrà acuita il prossimo anno dal ritorno delle inglesi.
L’effetto WOW dello Stadium è un po’ svanito, la curva passa l’anno a contestare una squadra che vince, e spesso tace, i tifosi non cantano, non fanno la ola, detto in breve non tifano. In generale, quasi sempre – qualche volta no, solo perché non c’è quasi nessuno da Crotone – i tifosi avversari si fan sentire più di noi (stavo per scrivere “dei nostri”, ma poi mi ci metto anche io).
Le coreografie dello stadio son sparite quasi del tutto, e son diventate giochi di luci, belli ed unici (per esempio nell’occasione del minuto di silenzio, o alla lettura delle formazioni), ma talvolta fin fini a se stessi e –diciamolo- stucchevoli.
E il calendario. Il campionato ad agosto – perché? – quando i circenses servono a tener buona la folla nelle grandi città, ed ad agosto non c’è nessuno, e va bene la distratta lettura delle ultime amichevoli o delle ultime speranze per l’ala che non arriva. E lo spiattellamento della stagione tra mercoledì e venerdì, e sabato e domenica e lunedì, ma anche martedì, in orari a caso, che -per dire- non puoi programmare un fine settimana via.
Tra l’altro in orari in cui i miei figli, per via del tardi e per via del freddo, la maggior parte delle volte non vengono volentieri.
Ma più di tutto, la prospettiva: delle due, l’una.
O si rivince come quest’anno, cosa che ritengo probabile, ed allora, scusate, che palle. Oppure non si rivince, ed allora, scusate, che palle.
Allo speaker dello Stadium, alla premiazione di quest’anno per lo scudetto, han dovuto variare il testo perché un’altra ora di “XXXX campione d’Italia!” non l’avrebbe retta più nessuno. E per inciso io ero dietro a bere un caffè, solo perché i cancelli erano rimasti chiusi per via del personale tutto schierato in campo. E nemmeno la festa in piazza s’è fatta. Per dire.
Ma questo, intendiamoci, è un problema mio, mio e del calcio italiano in generale, che è un po’ come se la Ferrari corresse ogni 2 mesi in Formula 1 e tutti i weekend la Cesana Sestriere contro le Punto Abarth.
Non è un attacco alla dirigenza, né alla Società, né all’allenatore, anche se oggi forse capisco un po’ di più Conte.
Saluti,

Giorgio Otto Fischer