Perché la Juve vince e Milano no?

di Davide Terruzzi |

Lunedì, sul Corriere, Sconcerti delineava la crisi del calcio a Milano; il giorno dopo, martedì e sempre sullo stesso giornale, si affrontava lo stesso argomento mettendo in relazione la rinascita (presunta o tale) di Milano e le difficoltà di Inter e Milan. Nelle varie analisi non mi pare si sia affrontato il punto centrale: i risultati del campo sono strettamente legati a confusione societaria, errori del management, cattive scelte, non a mancanza d’investimenti. Quello che sta accadendo a Torino, ma anche a Sassuolo, dovrebbe essere l’esempio di come si conduce una società di calcio: la storia recente della Juventus è cambiata con la decisione della proprietà di affidare la squadra ad Andrea Agnelli; il presidente bianconero ha poi scelto gli uomini ritenuti maggiormente adatti per ristrutturare la società. Non è una semplice questione di calciomercato: la Juve ha sbagliato meno degli altri club nelle varie campagne acquisti, ma ha saputo scegliere gli uomini costruendo una mentalità vincente. Ne abbiamo avuto testimonianza quest’anno, particolarmente quando nel momento di maggiore difficoltà Agnelli ha pubblicamente espresso come per la Juventus non esistono anni di transizione e che l’unico obiettivo è vincere; allo stesso tempo, nonostante media vicini e parte dei tifosi chiedessero l’esonero di Allegri, ha confermato fiducia nell’allenatore. La dirigenza è autorevole, autoritaria, rispettata dai giocatori: esiste un legame stretto con lo spogliatoio, coltivato negli anni, fatto di parole, gesti ed esempi.

La Juventus vince perché l’attuale società ha sbagliato di meno e ha saputo costruire un’atmosfera e una mentalità vincente: se è vero che il pallone non entra mai per caso, i risultati attuali sono figli di un lavoro che nasce non sui campi di calcio. Prima la società, poi i calciatori, perché senza quelli bravi non vai da nessuna parte: giocatori forti, uomini (o ragazzi) desiderosi di vincere, impegnarsi per la squadra. Poi arrivano gli allenatori. Viviamo in un’epoca in cui lo storytelling rischia di produrre dei disastri: non esistono guru, santoni, fenomeni assoluti; altrimenti Guardiola avrebbe vinto tre Champions col Bayern, Mourinho avrebbe fatto lo stesso col Real e non sarebbe stato esonerato dal Chelsea, Mancini (l’uomo che vince sempre) sarebbe arrivato primo in campionato a maggio. L’allenatore non deve fare danni, esprimere il massimo del potenziale del gruppo a disposizione: deve vincere, libero di scegliere la strada per raggiungere l’obiettivo.

Queste sono quindi le ragioni per cui la Juventus sta vivendo uno dei periodi più belli della propria storia. Non è una questione d’ambiente, ma di competenza e bravura della società. Lo è stato sotto Boniperti, nell’epoca della Triade: non lo è stato quando chi guidava la Juventus si è rivelato inadatto manifestandosi persino permeabile alle pressioni dei media e dei tifosi. E questo è il motivo per cui Milano non vince nel calcio: confusione societaria, management che vive inseguendo l’ordine del giorno, collezionando allenatori e figurine.

PS Tutto questo indipendentemente dal risultato della finale di Coppa Italia. Ovviamente si spera di vincerla: le possibilità ci sono tutte.