Quando penso al centravanti

di Dario Pergolizzi |

Il calcio diventò quasi un’esibizione, un balletto competitivo, nel quale segnare i gol era solamente la scusa per la tessitura di un centinaio di trame complesse

Chi ha scritto questa frase, Brian Glanville, non si riferiva a Sarri, Guardiola, Sacchi, Cruijff, Michels e nemmeno alla Grande Ungheria di Gustav Sebes. Bisogna riavvolgere il nastro della storia calcistica fino ad arrivare negli anni 20, in quel di Vienna, nelle pittoresche e stimolanti Coffee House che furono la prima vera fucina di calcio pensato ed applicato nell’Europa Continentale al di là delle terre britanniche.

Glanville era ispirato dal calcio patrocinato da Hugo Meisl, allenatore e uomo simbolo dell’ascesa austriaca calcistica dell’inizio del XX secolo. Meisl rimase folgorato dalle idee di Jimmy Hogan, il primo vero maestro di calcio scozzese, che come è noto nasce in contrapposizione al long passing game di matrice inglese.

Lo short passing game di Hogan venne dunque traslato in terra austriaca prima dallo stesso Hogan e poi da Meisl, e fece sì che il grande pubblico si appassionasse al gioco in maniera che oggi definiremmo virale. Ci fu una particolarità, oltre alle innovazioni tattiche ed alle rivoluzioni negli allenamenti, nel Wunderteam di Meisl. E quella particolarità portava il nome di Matthias Sindelar: prima vera stella del calcio anche fuori dal campo, portato alla convocazione  ed alla titolarità della sua nazionale soprattutto grazie all’invocazione popolare unanime.

 

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Sindelar è stato il primo vero centravanti atipico della storia del calcio. Soprannominato Der Papierene (uomo di carta) per la tragica esilità della sua struttura fisica, aveva un senso tattico, una ispirazione e una tecnica totalmente anacronistici per l’epoca.

Era dotato di una tale incredibile ricchezza di variazioni e di idee che nessuno avrebbe mai potuto essere veramente sicuro di quale stile di gioco avesse scelto per l’occasione. Non aveva nessuna partitura, cioè nulla che si potesse identificare come un modello prestabilito. Ecco cosa lo contraddistingueva da tutti gli altri: lui aveva…la genialità. (Die Erben der Tante Jolesch, Friedrich Torberg)

Il diretto concorrente di Sindelar per il posto di centravanti fu Josef Uridil, anch’egli divenuto una celebrità, ma radicalmente diverso sia per mole fisica che per stile di gioco. “Un carro armato contro un wafer“, disse qualcuno. L’Austria adottò il sistema di gioco universalmente riconosciuto come il più efficace all’epoca, la celebre Piramide 2-3-5. Quello che fece realmente la differenza con il resto dell’offerta calcistica fu proprio l’aver preferito Sindelar nella posizione più importante dell’attacco, adducendo imprevedibilità e creatività estreme alla manovra. Nell’appellativo Turbine Danubiano sono racchiusi sinteticamente tutti i successi conseguiti e la svolta calcistica rappresentata dalla rivoluzione di Hogan, Meisl e Sindelar.

L’influenza di questa nazionale ebbe enormi ripercussioni nello sviluppo di una certa ideologia di calcio, ed il primo diretto discendente fu proprio Gustav Sebes con la sua Ungheria, che pur utilizzando per la prima volta due “punte” nel suo sistema danubiano 3-2-3-2, Hidegkuti e Puscas, non potè prescindere dalla mentalità instauratagli dal suo mentore Meisl, attribuendo ai due avanti una funzione di legame del gioco e dinamicità totale.

Conosciamo bene tutti i vari livelli di evoluzione e richiamo della figura del centravanti atipico successivi, soluzione che torna ciclicamente al presentarsi di condizioni favorevoli all’applicazione nel contesto e che ha trovato la sua massima espressione a livello mondiale col Messi di Guardiola, e a livello italiano forse col Totti di Spalletti, più o meno contemporaneamente.

La specializzazione dei 9 moderni ha fatto sì che anche punte strutturalmente più vintage (come ad esempio Llorente) venissero tirate su con una formazione minuziosa sull’associatività e una particolare cura sul controllo della palla, i movimenti a svuotare l’area e a fraseggiare corto. Insomma, a prescindere dalla stazza, nel calcio moderno non solo i 9 sono allenati dal punto di vista tecnico per queste situazioni, ma gli è richiesto asfitticamente anche di avere la lucidità decisionale di saper scegliere quando abbassarsi per dare una mano a risalire, quando defilarsi in occasione di un contropiede, quando andare incontro al portatore e quando aggredire la profondità.

E’ chiaro che il parco di attaccanti capaci di unire tutte queste applicazioni ad uno stradominio atletico, ad alti livelli, sia ridotto. Però si sta via via andando verso un riempimento di punte funzionali capaci di lavorare per la squadra ed esaltare comunque la manovra offensiva a prescindere dal proprio score, e l’esempio più fulgido ne è forse la versione 2017/18 di Karim Benzema.

Rimanendo in casa Juventus, non si può non pensare all’interpretazione di Gonzalo Higuain in questo biennio bianconero. Il percorso tattico del Pipita è stato quello di un rifinitore trasformato in finalizzatore, in primis da Capello al Real Madrid, che ha mantenuto nel suo pacchetto di abilità anche quella di saper dare manforte allo sviluppo delle trame offensive, svuotando l’area, andando incontro centralmente, sapendo ricevere di spalle e smistare a destra e a sinistra sul corto e sul lungo con una grandissima precisione.

Nell’ultima stagione sicuramente questa sua utilità è stata esasperata dal contesto di Allegri, a causa di una lacuna nel riempimento delle zone centrali del campo in fase di possesso, dato il baricentro basso di Pjanic, colui che dovrebbe essere almeno il regista nominale di questa squadra, e del polo di influenza di Dybala, sempre ottimamente applicato nel tentare di fungere da Messi, ma in fin dei conti forse quello che è il più legato e performante della rosa al concetto di finalizzazione pura, nell’attacco alla porta; dimostrando altresì di non essere particolarmente propenso alla lettura del fatidico ultimo passaggio.

Se come sembra Higuain è destinato ad una tappa successiva nel suo viaggio calcistico, lontano da Torino, chi lo sostituirà dovrà avere o una pari efficacia in termini di apporto associativo (al di là del numero effettivo degli assist messi a segno, ragionando proprio sul riempimento degli spazi e lo sfruttamento delle situazioni di gravitazione più bassa) o dovrà in alternativa colmarne le poche lacune tecniche: il colpo di testa, la capacità di attaccare i cross bassi e di balzare davanti ai centrali che sembravano essere suo pane quotidiano in quel di Napoli ma che non ha mostrato sotto la Mole, o ancora l’efficacia nel pressing o la capacità di essere una reale minaccia in campo aperto palla al piede per più di quindici metri, pensando alle ripartenze.

Higuain è stato un interprete necessario per le ultime due Juventus di Allegri, e per il contesto in cui si è trovato a giostrare in pochissimi avrebbero potuto fare meglio di lui. Se chi lo sostituirà avrà caratteristiche diverse (si pensi alla differenza che passa tra Icardi e Morata, a livello interpretativo) o semplicemente un livello di performance più basso pur avendo analogie, bisognerà necessariamente che l’allenatore livornese riesca a trovare un altro modo, ugualmente efficace, per poter occupare la trequarti, muovere la difesa avversaria in situazioni di congestione, o in generale per basare le proprie sortite offensive su azioni manovrate ad ampia gittata, dopo aver attirato il rivale nella propria metà campo.

E tutto questo passa dalle caratteristiche dell’uomo che avrà sulle spalle il peso dell’attacco al fianco di Paulo Dybala, sia esso un Sindelar, un Uridil, un Llorente, un Icardi o un Morata.

Citazioni e aneddoti tratti da “La Piramide Rovesciata” di Jonathan Wilson, vero e proprio manuale della storia della tattica.