Pensandoci bene: noi sappiamo come si fa

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Ci siamo abituati, diciamoci la verità. Fra 2016, 2018 e quest’anno, raggiungeremo le nove settimane circa di angoscia legata a risultati deludenti, che – se non chiudono totalmente la porta del passaggio del turno – lasciano solo quel tipo di consapevolezze negative, della serie “avremmo potuto, avremmo dovuto, eccetera eccetera”.

Il problema è che nel calcio, come nella vita, non puoi tornare indietro, premere il tasto rewind e correggere gli errori fatti; no, conta l’adesso, l’oggi, il qui e subito, e devi essere in grado di fare del tuo meglio per ottenere il meglio che ha da offrirti la situazione che ti si è parata davanti. “Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai” si ripete il buon Santiago, alle prese con gli squali che divorano la carcassa del marlin appena pescato; e questo è ciò che, ormai, siamo abituati a dover fare quando sentiamo quell’arrangiamento in chiave post-moderna di Zadok The Priest di Handel.

Non so esattamente quello che dovremmo fare sul rettangolo di gioco, quale modulo adottare, chi schierare, dove e perché e come tutto questo possa influenzare le nostre possibilità di passare il turno. Con un pizzico di demagogia calcistica, azzardo a dire che tutto ciò conta poco, conta relativamente: se il calcio fosse una scienza esatta, basata solo su valori assoluti dei giocatori e sul loro ottimale posizionamento in campo, con moduli che possano far rendere al massimo e schemi che esaltino singolarmente le capacità, giocato in ambienti asettici e privi di possibilità di influenzare le forze (raddoppiando le energie per i padroni di casa o intimidendo avversari e direttori di gara), non avrei avuto dubbi: Atletico – Juve 0 – 4, sempre, comunque e dovunque.

Il calcio per fortuna (altrimenti non avrebbe il seguito che ha), non è una scienza esatta; è un gioco con una palla che rotola ed 11 che provano coi piedi a spedirla nella porta difesa dagli altri 11, e viceversa. Il fatto che non siamo riusciti a mettere quel dannato pallone in porta, pur schierando il miglior realizzatore dai tempi di Pelé, è forse l’unico vero rammarico che si può avere; giocare sui 180’ vuol dire gestire i 180’, di cui 90’ in casa dell’Atletico, con ciò che ne consegue in termini di “Cholismo”, e può voler dire mettere in conto anche la sconfitta. È nell’ordine delle cose, è anche accettabile (a meno che qualcuno non pensasse di poter andare al Wanda e dettare legge), ma segnare sarebbe stato fondamentale per facilitarsi il lavoro al ritorno.

E’ quello che ha pensato Allegri, se non altro perché è in tal senso che ci ha abituati: se andata – ritorno si giocano sui 180’, è sui 180’ che bisogna ragionare. Per cui con un Barcellona a Torino che schiera un terzino non esattamente al top della forma, puoi permetterti di spingere di più, mettere in saccoccia il risultato e schierare il pullman davanti a Buffon al Camp Nou; con un Dortmund non impossibile può andar bene un pareggio in casa, per andare poi in Germania a spaccare la gara da subito; con un Porto fuori casa puoi permetterti lo 0-2, vista l’ampia differenza di valori; così come col Monaco, ecc. ecc. Tutti precedenti positivi dove però ciò che poteva andare per il verso giusto è andato per il verso giusto: come col Real, quando a Torino vincemmo, e al Bernabeu resistemmo. Perché non puoi vincerle tutte a prescindere: in UCL passi e vinci soprattutto se sai soffrire. E di questo siamo maestri, modestamente.

Sappiamo come si fa. Sappiamo com’è rimontare, leggasi Monaco di Baviera 2016 e Madrid 2018. Se c’è una cosa di cui possiamo essere sicuri, è proprio questa: la nostra squadra non solo sa reagire, sa rimontare, sa mettere alle corde l’avversario e mettere sul prato la grinta necessaria a prevalere su chi ci ha sopraffatto. E se c’è un’altra cosa di cui possiamo essere sicuri, è che questa squadra è in grado di imparare dagli errori fatti e rimediare. Loro lo sanno, sanno cosa vuol dire accarezzare l’impresa, sfiorarla e poi perderla per un soffio, per una palla persa o una spinta di troppo.

Sanno come si fa, ci hanno provato e ci sono quasi riusciti; quello che noi, nelle prossime tre settimane scarse possiamo e dobbiamo fare (se non altro per riuscire a prendere sonno la notte, evitare problemi di stomaco e proseguire con le faccende quotidiane senza un pensiero fisso che ci accompagna le giornate), è provare ad avere fiducia in loro: nel mister, nella squadra, negli undici che scenderanno in campo e che proveranno a regalarci ancora un’emozione forte, vada come vada.

“È stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato”.

di Gianmarco Iaria