Rimanere pazienti nonostante questa Juve

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Ernesto Menegatti

Approcciarsi ad una riflessione equilibrata, moderata e costruttiva dopo una sconfitta è sempre difficoltoso. Ancor di più se questa è avvenuta in maniera schiacciante, che lascia poco spazio a considerazioni alternative e/o fantasiose, che mette in evidenza limiti di cui forse eravamo già a conoscenza, ma che fingevamo di ignorare, condotti dalla mente umana a porre maggiore attenzione a quello che ci fa stare bene, alla giocata strepitosa, all’ennesimo record raggiunto da Cristiano o alla vittoria giunta in extremis con tanto di slogan “fino alla fine”.

Tutto giusto perché è di ciò che si nutre e vive un tifoso, ma, messi dinanzi ad una caduta talmente convincente come quella di ieri sera, qualche punto di domanda sorge in maniera naturale. Partendo dal presupposto che non è mia intenzione alimentare la teoria della catastrofe o, ancor peggio, del famigerato #SarriOut (erede designato dell’ancora più celebre #AllegriOut), è alquanto inopportuno continuare a nascondersi dietro i più svariati alibi, a mio parere completamente fuori luogo e che non devono esistere quando si è in un club come la Juventus.

Primi in campionato e con gli scontri diretti da disputare in casa, in corsa per la Champions dopo aver superato agevolmente il girone e qualificati per le semifinali di Coppa Italia: un percorso che fa chiaramente pendere l’ago dalla bilancia verso la positività. Purtroppo non è tutto rose e fiori e sarei ipocrita nel voler celare che già da un po’ di tempo si respirava aria pesante.

Ha fatto comodo per un periodo relativamente lungo tenere la testa sotto la sabbia, mettendo in evidenza determinate pecche da imputare ai vari Khedira, Bernardeschi e Matuidi. Ci ha aiutato l’affermare che l’assenza di Chiello è stata determinante, senza però ricordare che anche nelle passate stagioni Giorgione è spesso stato out a causa della sua fragilità muscolare. Poi è stato il turno del tridente tanto amato ma rifiutato da Sarri in nome del maledetto equilibrio, senza neanche menzionare le costanti invettive nei confronti dei terzini e del piacentino che ha messo in piedi questo teatrino. Solo scuse.

La questione non è di recente scoperta ed è organica, non riguarda il singolo. In un gruppo armonico e armonioso le defaillance di un calciatore vengono compensate dalla sinfonia dei compagni, i quali rendono questa quasi impossibile da notare, se non dai più puntigliosi addetti al settore. Allo stesso tempo è la comunicazione a contribuire in maniera attiva al proseguo di questa striscia in chiaroscuro: mettere in dubbio le motivazioni di uno spogliatoio di campioni e chiedere un aiuto (dall’alto?) non fanno di certo bene all’ambiente, anzi vanno nella direzione opposta lasciando il fianco ancor più scoperto agli attacchi dei detrattori esterni e persino al fuoco amico.

La Juventus è una società storicamente abituata ai successi e noi tifosi, di conseguenza, siamo in pantofole da ben otto anni a banchettare e a lamentarci anche del più insignificante dei pareggi, con la seconda della classe ben distanziata. Fondamentalmente vincere è l’unica cosa che conta, ma ciò andava fatto in maniera diversa, più concreta dal punto di vista del gioco, del dominio territoriale e con tabellini finali di larga manica; passati sette mesi dallo start della gestione Sarri, tenuto conto delle difficoltà di rosa e di adattamento dei nuovi ma anche dei più esperti ai cambiamenti (d’approccio e modulo) giustamente voluti dal tecnico, si può affermare che questa Juve sia divertente e al contempo convincente, come era nei piani della dirigenza quando è stata presa la decisione di imporre una virata netta? Possono dei rari momenti di estasi soddisfarci del percorso messo in atto e giunto alle porte del periodo decisivo della stagione? È corretto perseguire le proprie idee a testa bassa, senza notare che qualcosa non sta andando per il verso auspicato?

Queste e tante altre sono le domande che ormai da mesi mi frullano in testa e a cui non so dare una risposta decisa, perché ragionare da osservatore esterno, per quanto mi sforzi di farlo, è dura per uno irrorato sin dalla nascita da sangue bianconero. L’invito che timidamente oso proporvi è quello di non perdere la pazienza, di non smettere di sognare, di non abbandonare la Signora e di non remare contro a prescindere, bensì di unirci il più possibile e sostenere i nostri ragazzi, senza necessariamente essere degli “yes-man” ma neanche lasciandoci trasportare dall’uragano della negatività ad ogni passo falso.

Ricordiamoci chi siamo. Fino alla fine.


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