Ho paura di questa Juve, ma so che mi sbaglio

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Prima del D–Day mi ero permesso di scrivervi per manifestare il disagio che una notizia che poi è tristemente arrivata, mi stava arrecando. Allora ho reagito d’istinto, di pancia come fanno tutti quelli che sono naturalmente spinti dalla forza metafisica e, spesso sbagliando, non la compendiano a sufficienza con quella positivista. Da qui una serie di scelte che pesano sul mio agire quotidiano attendando ad abitudini radicate alla base della comfort zone in cui ciascuno di noi si muove. Disdetta di un abbonamento senza soluzione di continuità vecchio 14 anni a Sky, solenne promessa di non guardare le partite, magra consolazione nell’osservare che mentre lui si relazionerà a Villar Perosa, io dovrei essere in Grecia a Lefkada, preso dalle sensazioni (sempre metafisiche ma questa volta piacevoli) che solo il mare di quei posti sa trasmettere (vero, Massimo Zampini?) e non dovrei occuparmi dello scempio di una tradizione macchiata. Aggiungiamo pure, anche se  può apparire autolesionista, fanciullesco, diciamolo pure riduttivo, la tentazione di chiudersi dietro un #finoallesonero è  forte.

Cosa teneva in vita la speranza che l’entertainment (il mio amico Giorgio un po’ vegliardo, ma con la saggezza burbera degli stessi, odia il lemma) non prendesse il sopravvento sul campo, sui risultati, sul vero senso che ogni squadra di calcio dovrebbe avere? Semplice; la consapevolezza che forse l’addio di Marotta ci avrebbe fatto male, ma non tanto, perché i suoi sostituti erano all’altezza e cresciuti nello stesso brodo culturale e, quindi, avrebbero mantenuto anche la visione un po’ da ragioniere del grande Beppe. Poi è cominciata la fase clou del mercato (si giudica alla fine, parla il campo etc – tutto vero ma…) e questa certezza si sta incrinando. Non è per Kean (Luca Momblano lo spiega bene qui) non è per Dybala e nemmeno per Cancelo, che a differenza degli altri non stimavo come calciatore da Juventus.

Vi chiederete per cosa allora? Semplice anche in questo caso. Ricordate la prima Juve dell’allenatore pugliese? Inserimenti delle mezze ali a velocità supersonica, esterni dei cinque di centrocampo che creano alternative sulle fasce e Pirlo che li cerca per aggirare la difesa, riconquista del pallone alta, molto alta ebbene, però, spesso tutta questa frenesia destava nel sottoscritto la sensazione che si alzasse un grande polverone ma poi si concretizzasse poco ovvero che spesso fosse tutto troppo fine a se stesso. Oggi il buon Paratici desta la stessa impressione fuori dal campo, ingenerando il dubbio che vaghi meditabondo tra strategia e tattica, tra plusvalenze e quadro tecnico di riferimento, tra la voglia di compiere un ulteriore step di crescita ed il terrore che tutto venga distrutto dal prevalere di costi non sostenibili. Ed a nulla valgono considerazioni come  ma brutto stupido sai chi sono Paratici e Nedved? Non hai mai governato un’azienda con tre dipendenti vuoi ragionare di temi di una che fattura circa 600.000 euro?

Vero, tutto vero; ma amo questa squadra è parte della mia vita e non posso non dubitare. Nessun’altra cosa (non ho figli quindi sono limitato per definizione) mi ha trasmesso le stesse sensazioni e voi volete convincermi con queste considerazioni? La paura che si insinua è una sola. Ma non è che il modello di efficienza, pianificazione, business, risultati sportivi, stile ed upper class sta in mani sbagliate. Nessuno tiri fuori i Montezemolo, i Cobolli o i Blanc. Si guarda avanti e codesti devono rimanere il punto più basso senza potenziali emuli.

Mi sbaglio, lo so che mi sbaglio…

di Saverio Scaravaglione


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