Paulo Dybala ha trovato l’autore

di Claudio Pellecchia |

Lo scorso settembre, dopo l’inopinato pareggio interno con il Siviglia all’esordio nel girone di Champions, scrissi questo pezzo in cui pronosticavo come gran parte dei nostri problemi (soprattutto oltreconfine) si sarebbero risolti nel momento in cui Paulo Dybala avesse trovato il suo autore, ovvero la personificazione del suo modo d’esprimersi a certi livelli sfruttando l’innegabile talento di cui è stato stradotato da madre natura.

Dimostrazione pratica

 

All’epoca, però, avevo commesso l’ errore fondamentale (e comune) di identificare quel momento con il raggiungimento di una dimensione messianica del nostro, credendo che il cerchio si sarebbe chiuso solo e soltanto quando Dybala si fosse posto all’ideale destra (anzi sinistra, considerando i protagonisti) tecnica del diez del Barcellona. Il motivo era semplice: raggiunta una dimensione almeno comparabile, avremmo avuto a disposizione anche noi una stella di prima grandezza pronta a brillare in quelle notti che Eupalla sembra (?) averci maledetto in eterno. E c’erano anche robuste giustificazioni a supporto della mia tesi: una naturale intesa con Dani Alves, ideale legato tattico tramandato dal primo Barcellona guardiolano, ed alcune giocate troppo simili dell’uno (tipo questa robetta contro il Torino) per non richiamare alla mente l’altro (specialmente qui contro l’Athletic Bilbao).

Mi sbagliavo. Ma non perché Dybala non sia una stella o non possa, tra qualche anno, raggiungere lo status odierno di Messi. Sbagliavo nel voler trovare punti di contatto ad ogni costo, a credere che l’apice di Paulo sarebbe stato raggiunto solo se, un giorno, gli avessi visto fare le stesse cose di quello là. Errore. Grave. Concettuale e filosofico. Me ne sono accorto già nei giorni scorsi quando, quasi per caso, mi è tornata alla mente una celebre frase di Allen Iverson («I don’t wanna be Jordan, I don’t wanna be Magic, I don’t wanna be Bird or Isiah. I don’t wanna be any of those guys.  When my career’s over, I want to look in the mirror and say I did it my way».); me ne sono accorto durante la partita quando, sinistro a parte, movimenti e centralità dei due si manifestavano con tutte le loro differenze restituendo nitida la più banale delle considerazioni: Dybala non è Messi. Né deve esserlo. Soprattutto se vuole prendersi l’Europa e il Mondo. Quindi ogni tentativo di paragone risulta un inutile e forzato (e, probabilmente, dannoso in considerazione del giudizio sul valore del calciatore) esercizio di stile.

Da settembre ad oggi sono cambiate molte cose. Come è normale che sia in una stagione particolare come questa, dal punto di vista generale e personale. La Juventus ha cambiato faccia più volte alla ricerca della quadra definitiva, Dybala, tra infortuni e ricerca della posizione ideale in campo nel confusionario quadro tattico di inizio stagione, ha fatto lo stesso: 16 gol, 6 assist, 49 passaggi chiave sono lo specchio fedele di un giocatore che, pur al netto di qualche passaggio a vuoto di troppo, si sta assestando su livelli d’eccellenza assoluti. Forse perché ha trovato l’autore: lui stesso. E nessun altro.