Paulo Dybala, cosa fare (e cosa deve fare Sarri)

di Luca Momblano |

Paulo Dybala si sta complicando la vita. Ci sono sicuramente dei complici in questa direttrice verso i punti interrogativi che premono sul petto, pensando e ripensando al numero dieci della Juventus. Tra questi, anche coloro hanno visto il meglio e il peggio di Dybala e che non riescono mai a esprimersi con il giusto equilibrio, così come coloro che hanno puntato su un lavoro mirato a consegnargli una forza esplosiva (inespressa), sapendo di non poter puntare sulla velocità del contropiedista, ma a discapito dell’agilità di movimenti e giocate nel metro quadrato. Ciò che resta è la tecnica balistica sopraffina di Paulo, unita al mezzo metro quadrato che rende ancora rapida e sopra la media la sua esecuzione con il mancino.

Per Paulo Dybala il campo è inspiegabilmente diventato troppo grande. Sono sicuramente complici le scelte (tecniche, ma che qualcuno è arrivato a intendere come dispetti) di chi lo ha guidato in avanti e poi indietro, molto indietro, senza contare che oltre alle caratteristiche bisogna saper tirarsi dietro anche l’entusiasmo del soggetto. Allegri ha cercato senza dubbio un disegno superiore, ritenendo prima di poter andare oltre l’accoppiata Morata-Tevez attraverso il fattore associativo del Picciriddu da Palermo con Mario Mandzukic. A Berlino non si è tornati, ma il miglior Dybala di campo si è visto lì. E visto che da falso nueve Allegri non lo ha mai visto, ecco la scommessa sempre più totale e sempre più fatale su Dybala falso diez, dopo aver tutto sommato retto l’urto da sottopunta alle spalle del solo Higuain. Con il tempo però il campo è sempre più grande, sempre più faticoso, e la porta si allontana, e rimpicciolisce, e… e… Paulo Dybala è quello di oggi.

Paulo Dybala si sta giocando l’orizzonte. La doppietta al Barcellona, le triplette in serie per quasi un mese, Wembley e metteteci voi qualcos’altro: tanto, tantissimo, mai abbastanza perché alla Juventus l’odore del declino (di prestazioni, di convinzioni, di karma) è il peggior nemico dell’uomo. L’orizzonte si è modificato, e il talento di Cordoba lo intravede da in piedi, sul filo dell’equilibrista. Gira lo sguardo, pensa a ciò che è capace di svelare dal cilindro senza sudar, come ad esempio i due gol di Berna in Champions e poi pensa e ripensa, rimugina troppo, si incaponisce, deve dimostrare, e spesso è il modo migliore perché le cose vadano male. Si volta, c’è la sua nazionale, alla quale resta aggrappato, e c’è il Mondiale prima e la Copa America dopo: minuti pochi, foglio in bianco. Non è da predestinati. Il che significa che è venuta l’ora di rimboccarsi le maniche, se la stagione 2018/19 non l’avesse già fatto intendere a chiare lettere.

Paulo Dybala si gioca la Juve. Però che lo sappia, il jolly questa volta ce l’ha in mano la società. E quindi il nuovo allenatore. Circolano confidenze di un Sarri che non sarebbe disposto a sostituirlo con Federico Chiesa – che non gli somiglia ma che ha una fame da lupo – perché il nuovo tecnico vede forse ciò che Dybala stesso non vede più: i dai e vai, la giocata combinata, la fiducia in se stessi, il gusto della scena anche se non sei l’attore protagonista. Perché Dybala serve di spada e fioretto, di squadra e di concetto, sennò anche basta. Finiamola qui. I paparini Buffon e Barzagli hanno già dato. Si devono dedicare ad altro e ad altri. E visto che indietro non si torna e così com’è stiamo male tutti, o Sarri ritiene di poter inventare un Dybala diverso e definitivo oppure ogni notte d’estate andrà sfruttata per leggere le stelle e trovare un perché che non ci faccia sentire tutti colpevoli.


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