PARTITABUS / Sassuolo-Juve 3-3: A scans(uol)o di equivoci

di Willy Signori |

La Juve arriva a Reggio Emilia per mettere un carico di briscola pesantissimo su questo tricolore definito scudett-ino da australopitechi (non me ne vogliano, gli australopitechi) tifosi di squadre che, nell’ultimo decennio, l’unico scudetto che hanno visto è quello del galletto vallespluga in occasione di qualche grigliata fuoriporta.

Sarri ha il coraggio di tenere fuori Dybala e Bonucci. Quest’ultimo il più sbertucciato bianconero ma resta per quantità e qualità uno dei migliori. Le sue assenze pesano come quelle di nessun altro. Ancora più coraggio il mister lo mostra nel mettere in campo Chiellini, capitano con navigatore impostato su Lione ma con mille incognite, ancora. Il suo ritorno durerà solo un tempo, poi spazio all’analcolico biondo col numero 24.

Il Sassuolo è squadra di grandi paure: spaventosa davanti, orrida dietro. Affrontarla ora, checchè ne dicano gli australopitechi, è piacevole come un sorpasso tra 2 camion in autostrada.
Pronti via la Juve passa con Danilo e raddoppia con Higuain lanciato a rete da Pjanic con una pennellata d’istinto che ricorda Totti, ancora prima Zola, ancora prima le roi Michel Platini.
Sembrerebbe serata facile, ma con questa Juve psicopatica nulla è scontato, nessuna partita è mai finita: il Sassuolo cresce, la Juve si gonfia come un impasto lievitato male e il gol dei neroverdi è nell’aria come l’amore per John Paul Young.

Bernardeschi era diffidato. Fa una cosa buona: si fa ammonire. Il resto del tempo lo passa a sprecare palloni e discutere con l’arbitro. Fuori da tutto tranne che dal campo.

Il secondo tempo si apre con una specialità di casa Bentancur: recupero del pallone e pasticcio al limite dell’area. Dalla punizione nasce il 2-2 di Berardi.
Assistiamo ad un film già visto: la Juve sparisce dal campo e si fa recuperare. Finora abbiamo un pò tutti scavato nei ricordi alla ricerca di altre rimonte subite: una ogni tanto se ne trovava. Quest’anno invece i casi sono troppo frequenti da essere derubricati a semplice casualità sporadica. Una costante non è una variabile e se un accadimento si ripete con regolarità, e questo accadimento è negativo, c’è qualcosa di negativo su cui non si ha la forza, la voglia o l’autorità di lavorare abbastanza. È calcio d’estate ma questo rappresenta solo una leggerissima attenuante.

Succede anche di peggio, con Caputo che porta in vantaggio gli uomini di De Zerbi, poi pareggio di Alex Sandro da calcio d’angolo, nel festival dei gol dei terzini, manco fossimo il Brasile.

Finisce 3-3, tra sospiri di sollievi e recriminazioni. Prima dei bilanci tocca chiudere il campionato e fare i conti: nella peggiore delle ipotesi mancano 9 punti. Le prossime sfide sono con Lazio, Udinese, Sampdoria, Cagliari, Roma. 5 partite alla fine di una stagione che indipendentemente dai trofei che porterà in dote dovrà essere accompagnata da una profonda analisi a tutti i livelli.

La Juventus, che aveva ricominciato il campionato con 12 punti in 4 partite, nelle successive 3 porta a casa due punti. La cosa “comica” è che per due volte assistiamo ad un blackout dopo essere stati in vantaggio per 2-0. Non c’è più nemmeno il “fino alla fine” a salvarci, si spera solo di arrivarci vivi, alla fine. Si assiste tristemente alle avventure di una squadra che cerca di barcamenarsela come meglio riesce.

Sabato scorso ci avevano salvato le mani di de Roon e Muriel, stasera quelle di Szczesny.