PARTITABUS / Inter-Juve 2-1: Il campo dice sempre la verità

di Willy Signori |

“Noi siamo la gente della Juve. Siamo gente che si riconosce quando ci si guarda negli occhi, occhi che sanno accettare i risultati conseguiti sul campo, su un campo verde come questo, solcato da linee verde che definiscono il nostro destino. Linee che non mentono perché il campo dice sempre la verità.”

Non c’è un momento migliore per ribadire la propria forza e la propria natura se non quello o delle difficoltà, dello scoramento, della sconfitta.
Questo è il momento in cui essere juventini, gobbi, di città e di frontiera, di governo e opposizione.

Amici, dobbiamo guardarci negli occhi; la storia la scrive chi vince, il resto, che poi sono le chiacchiere, fa la fine delle biciclette coi livornesi.
La Juve gioca sempre per vincere e quando non ci riesce perde e basta. Non esistono asterischi negli albi d’oro.
Il campo è come la pallottola per Denzel Washington in Man On Fire, è l’ultima verità, è da troppo tempo ci ripete la stessa cosa.
Sconfitta… bisogna saperla assaporare questa parola, riconoscerne il sapore amaro.
La Juve esce a testa bassa non tanto dalla sfida di San Siro quanto da un biennio che la vede soccombere malamente dopo un’inversione totale dei rapporti di forza. Mentre gli altri acquistavano le biciclette elettriche tu hai continuato a pedalare la tua graziella a rapporto unico. Succede, ma non sorprenderti se poi gli altri ti sorpassano senza fare (apparentemente) alcuno sforzo.

Mai come dopo ieri sera però si sono confusi i 2 livelli di valutazione: quello storico del momento juventino con l’altro di stretta attualità che riguarda la finale di supercoppa.
La partita di ieri ha visto gli uomini di Allegri, decimati da infortuni e squalifiche dare il massimo e perdere all’ultimo secondo per l’arrivo inatteso della variante brasiliana: una sciagura di nome Alex Sandro, ottimo calciatore, fino a quando non ha smesso di giocare, cioè 3 anni fa. Portare ai rigori la capolista era qualcosa di insperato.
Persino Bernardeschi e Rabiot sono stati dignitosi: 2 straordinari atleti ma allo stesso tempo 2 calciatori inverecondi.
Il primo tempo è stato di grande sofferenza, specie all’inizio, pur concluso sul pari, nel secondo e in quelli supplementari si è navigato su mari più tranquilli, con l’Inter più propositiva ma imballata dai cambi del suo allenatore e da una Juve che si è saputa chiudere abbastanza bene grazie all’ottima prestazione della coppia centrale. Hanno avuto anche qualche occasione i bianconeri, ma è capitata nei piedi sbagliati, che ad oggi sono 18/19 su 22. Nemmeno l’ingresso di Dybala (sempre più corpo estraneo) ha cambiato granché le sorti.
Eppure alla Juve va riconosciuto il merito di aver compiuto un mezzo miracolo, visti i presupposti. Allegri potrebbe uscire da San Siro convinto di aver scelto la strategia giusta, che sarebbe stata vincente con altri interpreti, e forse è così.

Ora però dobbiamo fare la cosa più juventina possibile: guardarci negli occhi e dirci la verità. La Juve esce a testa bassa da questo scontro perché l’atteggiamento rinunciatario non ti può portare da nessuna parte, a meno che non sia sinonimo di mimetizzazione e attacco letale. Ma manco questo sa fare la Juventus, nascondersi bene e attaccare. È il bambino che a nascondino copre solo la testa e lascia scoperto il resto. Gioca in contropiede senza saperlo fare, si chiude a riccio pur avendo una fase difensiva rivedibile.
La fase offensiva è totalmente affidata alle lune dei singoli, senza movimenti organizzati, di squadra, senza uno spartito, senza nulla che faccia pensare a una qualche idea di collettivo. Gioca ancora come se ci fosse Ronaldo, che però nel frattempo se n’è andato. E questo non è successo solo ieri sera, accade sempre.
Il dubbio legittimo, permettetemi, è che anche con tutti gli elementi della rosa disponibili, l’atteggiamento in campo sarebbe stato lo stesso.

Essere arrivati sull’orlo del baratro e non essere caduti è pur sempre un merito, ma poi occorre chiedersi cosa ti abbia portato fin lì. Fino a ritrovarsi troppo spesso a testa bassa, in balia degli avversari, forti o deboli che siano. Ad avere la rosa col monte ingaggi più alto e il rendimento peggiore. Ad accettare non tanto la fisiologica fine di un ciclo, ma la mediocrità come standard. A cercare ogni volta scusanti per risultati deludenti oltre le ragionevoli aspettative. A non riconoscere più fino in fondo il valore della sconfitta come mezzo per analizzare i problemi e le difficoltà.

“Perché il campo dice sempre la verità.”