Una partita senza soffrire e un girone in discesa

di Leonardo Dorini |

Fra elezioni americane, emergenza pandemica e il nuovo incombente DPCM, la terza partita di Champions della Juve arriva veloce, quasi inattesa, e ci lascia qualche momento di svago e di una gradita apprensione, di un altro genere.

Il romanzo della Champions ci fa andare a giocare in Ungheria, il che ci ricorda Puskas, i fumetti de Il Giornalino e di Hurrà Juventus, e una calcio dominante che però non c’è più; il Ferencvaros infatti non lo incontriamo dal 1965, in una finale di Coppa delle Fiere, e indovinate un po’ come andò a finire.

C’è Juan Cuadrado con Andrea Pirlo in una conferenza stampa di vigilia un po’ negletta, causa Covid, con un solo inviato italiano; la prima domanda indigena è di un giornalista che forse fa parte della Pro Loco perché chiede agli astanti se hanno ammirato la città di Budapest. Il Mister bresciano dice che la città è bellissima, ma che la Juve è venuta per giocare una partita a pallone e vincerla.

Lo “schiaffo” è il modo in cui viene definita la sconfitta interna di sette giorni prima con il Barça e Pirlo insiste molto sulla necessità di portare a casa i tre punti e di tornare alla vittoria.

Formazione con molte conferme: riposa Demiral rientra Chiellini che viene riproposto perno basso di difesa;  in regia c’è un Arthur in preda alla gastro-enterite (scopriremo nel dopo-partita) e Ramsey e Rabiot mezze ali; Cuadrado e Chiesa larghi e Morata e Ronaldo davanti.

C’è una “differenza di valori tecnici” piuttosto evidente, come dicono in cronaca; un “gap”, come dice Chiellini, e Morata è già in gol dopo 7 minuti: si profila una partita tranquilla, ed in effetti c’è solo un’occasione pericolosa dei magiari nel primo tempo; una Juve compassata contro una squadra che non tiene un pallone neanche per sbaglio.

Ferenc Puskas, si diceva: a lui è intitolato lo stadio in cui si gioca, che ospita ben 20 mila persone (ormai ci impressiona questa cosa, quando la vediamo in qualche paese, solitamente est europeo). Puskas è davanti a Cristiano di due gol nella classifica dei marcatori e Cristiano vuole segnare: in un’occasione è in ritado di un attimo, in un’altra è egoista, ma niente fa fare, non è in una grande serata: è pur sempre il Cristiano dei gironi, sarà per un’altra volta.

Chiesa sorride spesso, sembra quasi incredulo di fronte a questa avventura iniziata da poche settimane che lo vede sempre titolare in Champions League, corre molto, fa qualche passaggio giusto: è nel progetto, si vede.

Morata aveva cercato Cristiano, e ora Cristiano cerca lui, che mette un destro di prima: 2-0 e partita finita, prima del walzer degli errori del portiere magiaro, che consentono a Dybala di fare una doppietta “di rapina” che serve al morale, anche se Paolo Condò dice che in effetti è stata la Joya ad avere la “buona idea di andare a marcare il portiere”.

Le partite diventano facili anche grazie a noi, dice il Capitano nel post partita e certo, con due squadre ferme a un punto, il girone si mette sicuramente in discesa: non è certo una brutta notizia, in questo inizio di stagione con così tante criticità da gestire; l’altra buona notizia è che non abbiamo sofferto, e una partita di Champions senza soffire, in generale e per la Juve in particolare, non pare affatto poco.

C’è la Lazio domenica, e sarà un’altra storia; gli ungheresi ci vengono a trovare a Torino, dopo le Nazionali, il 24 novembre. Alla prossima.