Mamma, ho intervistato la Juve – Parole con Francesco Morini

di Juventibus |

“Atafini, Tutueddu”.

Mia mamma mi ricordava sempre che le mie prime parole non furono papà e mamma, ma le storpiature tipiche di un infante dei nomi di due giocatori della Juventus anni 70: Altafini e Cucureddu.

Mia mamma invece era innamorata di un altro calciatore di quegli anni, e mio padre, che mi ha tramandato la passione per questa squadra, ovviamente tollerava questo amore platonico per quel ragazzo, alto, biondo, con due occhi azzurri come il cielo terso di agosto, che ha guidato la retroguardia della Juve insieme a Gaetano Scirea.

Il destino mi regalato un sogno, tra tutti i giocatori che ho visto e tifato per oltre 40 anni, ho avuto il privilegio di intervistare proprio lui, Francesco Morini e dal momento stesso in cui gli ho stretto la mano mi sono sentito rapito, dentro ad un viaggio fatto di storie, aneddoti e retroscena che cercherò di raccontarvi per trasmettervi almeno una parte dell’emozione vissuta in prima persona.

In famiglia nessuno era tifoso di calcio, la TV non c’era, ma io seguii l’istinto e iniziai a tirare calci ad un pallone…

Inizia così la carriera di Morgan, dalla Parrocchia al provino con la Samp, a quel Viareggio vinto e Moratti padre che vuole comprarsi tutta la primavera doriana, ma l’offerta viene rifiutata. Perché il destino di Morini non è quello di fare grande i rivali nerazzurri.

 

L’esordio è l’emozione più grande, poi dopo qualche partita che giochi titolare capisci che forse quel posto te lo meriti e fai di tutto per non lasciarlo più.

Ci può essere la fortuna, la casualità o un infortunio dietro ad un debutto, ma poi tocca a te dimostrare al mondo che hai le capacità per calcare certi palcoscenici ed è qui che arriva la lezione più grande.

Nella mia carriera non ho mai smesso di cercare di migliorarmi, studiavo gli avversari e mi allenavo costantemente per capire quale fosse il modo di fermare i più grandi bomber dell’epoca. 
Lo dovevo a me stesso, alla fortuna che mi era capitata ad essere un calciatore della Juventus e a tutti i tifosi che venivano allo stadio per sostenerci.

Migliorarsi sempre, anche quando il talento non è quello di Cristiano Ronaldo e i piedi non sono quelli di Gaetano Scirea, ma con la perseveranza, con la tenacia e l’applicazione puoi diventare il perno difensivo della Juventus e vincere 5 Scudetti, una Coppa Italia e una Coppa UEFA.

Io non ho mai segnato un gol, ma uscire dal campo e aver fermato Gigi Riva, Graziani, Pulici era per me una libidine assoluta.

Quella volta però a Belgrado era davvero impossibile, la prima finale di Coppa Campioni persa contro l’Ajax di Johan Cruijff, Johann Neeskens, Johnny Rep.

Furino venne da me negli spogliatoi e mi disse: “ma questi sono il doppio di noi”… facevano paura solo a guardarli.

Andò meglio qualche anno dopo a Bilbao, fu la prima Coppa europea della Juve.

 

Gli ultimi 20 minuti furono un’agonia. Ci chiusero in area, sì, ma quella piccola. C’erano i fotografi a spingerci in campo…

Francesco è così, appassionato e passionale, ironico e diretto, trasparente e per nulla ipocrita. Francesco è vero e nel suo non essere politically correct è stimato da tutti in sala, anche quando stuzzica i granata.

Boniperti veniva matto la settimana prima del derby e per tutti noi era una partita sentita tantissimo, ci odiavamo in campo perché era giusto così, è stata una sfortuna per noi e per il Toro aver avuto nella stessa città due squadre di livello mondiale in quegli anni.

Boniperti era davvero un maestro di negoziazione quando si trattava di far firmare i contratti e anche per Morini non fu facile chiedere un aumento dopo tante stagioni di alto livello, così decise di chiedere un fucile come premio a fine stagione

Vincemmo il campionato, andai in armeria e acquistai il più caro, poi mandai la fattura al presidente che furente chiamo a casa. Mia moglie era terrorizzata quando alzò la cornetta, me lo passò e mi venne in mente che anche lui quando sceglieva la mucca premio nei poderi degli Agnelli, la sceglieva gravida. Dovette cedere, ma questa storia del fucile gli è rimasta dentro, tanto da scriverla nella sua biografia.

La Nazionale è un capitolo dolce amaro per Francesco. Nel 74 erano forti, ma “l’infortunio di Riva e Boninsegna ci penalizzò troppo” e quando arrivò il momento di Argentina 1978, con tutta la difesa della Juve convocata, cercò una raccomandazione “importante” presso il CT.

Dai Dino, chiama quel granata di Bearzot, ho dormito più notti con te che con mia moglie, chiamalo e digli di portarmi.
 “Io queste cose non le faccio”…
Dino, ma vaff…

In fondo però non essere stato troppo nel giro della Nazionale l’ha aiutato ad avere più tempo per ricaricarsi e non subendo infortuni ha potuto essere protagonista fino al momento in cui ha dovuto/voluto lasciare la Juve in un atto d’amore assoluto.

Il primo Brio era davvero improponibile, i tifosi vedendomi in panchina chiedevano al Trap di mettermi titolare, così per lasciare il giusto spazio a Sergio che poi è diventato una colonna della Juve, scelsi i Toronto Blizzard.

Un anno in America, un’esperienza bellissima, incontrando mostri sacri come Pelé, Cruijff e Beckenbauer, l’offerta cospicua di insegnare Calcio nelle università per 10 anni, fino a quella notte.

 

 

“Morini! Boniperti dice che devi tornare, il Milan ha preso Rivera, ci servi qui.” e mise giù il telefono.

E come si fa a dire no all’Avvocato? Anche se vuoi restare, anche se tua moglie vuole restare, prepari le valigie e torni a Torino, perché non puoi dire no alla Juve, non puoi dire no all’Avvocato.

Ero in piscina con Platini, Tigana,e le rispettive famiglie, nella villa di Michel vicino a Marsiglia, suona il telefono e rispondo io.
“Chi è quel coglione italiano che risponde?”
“Michel vieni è per te”
“Avvocato corro”
In 15 minuti fummo alla baia, l’avvocato lasciò il suo Stealth e raggiunse la riva con un tender.
“Michel buon compleanno” e gli lasciò una cerata nera con il logo della sua barca, per poi scappare via.

Michel si commosse, per Giovanni Agnelli era come, e forse più, di un figlio, era lo specchio della sua eleganza, della sua classe riversata sul terreno di gioco:

Come Michel nessuno mai.

Michel lo comprò l’Avvocato, io avevo appena fatto firmare a Brady il contratto, ma alle 10 di sera Boniperti mi chiamò agitatissimo:
“Devi annullare tutto, l’Avvocato ha comparto Platini”
Così andai a casa di Liam dove stavano già festeggiando…

Dopo Michel arrivo Zavarov, ma non si adattò mai ad un mondo dei balocchi così distante dalla prigione tutt’altro che dorata dell’Unione Sovietica, ante caduta del muro di Berlino.

Lo dicevo a Boniperti, questo arriva alla Rinascente e può comprare qualunque cosa, ma è abituato a fare la fila dietro a centinaia di persone per un pezzo di pane, vai alla FIAT e porta 50 operai che si piazzino davanti e lo facciano sentire un po’ a casa.

Morini è così, spassoso e sincero, e condisce i ricordi con preziose gemme che rendono i suoi racconti poesia.
Morini guarda il figlio seduto in platea e spiega qual è stata una delle sue più grandi emozioni.

Giocavamo a palla in spiaggia alla sera, io e mio figlio, provando a mirare un ombrellone, di destro e di sinistro, 30 tiri, e quando lui vide che non ne sbagliavo uno mi disse:
“Papà, ma allora non è vero che sei scarso con i piedi come scrivono i giornali”
Eh no, perché di certo io non avevo il lancio di Scirea, ma se ho giocato tutti quegli anni a quei livelli, non avevo nemmeno i “piedi di legno”.

Eppure proprio un falegname è stato il giocatore che più di altri ritiene essere una sua “scoperta”.

Trap, ma l’hai visto Torricelli? Se gli diamo una piallata a quei piedi, diventa un calciatore.

 

 

Ed arriviamo alle due pagine più tristi della storia bianconera, Calciopoli e l’Heysel.

Non si telefonava per avere favori, ma per il clima di sospetto che si era creato verso i dirigenti delle altre squadre. Tutti avevano paura di essere “fregati” dagli altri, poi però Giraudo fu rapito dal delirio di onnipotenza, i giornali montarono ad arte una innocua intervista di Lapo sulla Juve che “vince ma non sorride”, Giraudo andò giù duro e come per magia si aprirono cassetti con alcune telefonate… la Juve è sempre stata degli Agnelli, Giraudo ne era diventato il padrone assoluto e a qualcuno ha dato fastidio…

Bastava che con un’abile mossa diplomatica l’ex Amministratore delegato della Juve offrisse a Lapo una poltrona come Direttore Marketing e Comunicazione e ad Andrea un ruolo dirigenziale e tutte quelle pagine drammatiche dell’estate del 2006 non le avremmo mai vissute.

Dal dramma sportivo a quello assoluto della finale del 1985.

In quella sala sembrava di essere in un consiglio di guerra: il nostro ministro De Michelis, il presidente della UEFA, quelli delle squadre, generali dell’esercito. 
“Noi non giochiamo” per rispetto dei morti intimò Boniperti. 
“Se non giocate ritenetevi responsabili di quello che può succedere, perché non darete il tempo all’esercito di schierarsi”
“Allora giochiamo, ma non vale”
“No, se la giochiamo vale” dissero i dirigenti del Liverpool.
Quando andai nello spogliatoio a dirlo ai calciatori, la maggior parte di loro si era già rivestita, qualcuno piangeva, qualcuno vomitava.

Non si può giudicare un atteggiamento quando non lo vivi, i giocatori fecero quello che in quello stato confusionale gli venne da fare e se c’è qualcuno da condannare per quella tragedia, non sono loro di certo.

Eh già… l’Heysel e quei 10 secondi più lunghi della mia vita, guardo mio padre che era là ed ora è qui ad ascoltare la fine dell’intervista con me, ripensando a tutti questi anni e a quanto anche mia mamma sarebbe stata felice di esserci.

Un cerchio che si chiude, con un sorriso grande come l’universo, perché mentre intervistavo Francesco Morini, mi sono accorto che in fondo intervistavo la Juve.

 

di Alberto Scotta “Panoz”