La parola giusta per la cessione di Kean

di Luca Momblano |

Non esiste a oggi – giorno dell’annuncio ufficiale del passaggio di Moise Kean all’Everton – il termine corretto per definire questa operazione di calciomercato impostata ormai da tre settimane dalla Juventus. Non è un bene, non è un male. I lanci social del club la piazzano così: “Moise Kean giocherà nell’Everton“, andando già oltre, di solito invece così semplici e asciutti di fronte alle operazioni che “generano un effetto economico” (sempre testuale, questa volta come da comunicato ufficiale). Il burocratese è nei fatti, e il termine cessione a titolo definitivo è la rappresentazione concreta della realtà. Non quindi ancora la parola giusta che andiamo cercando. Ho letto anche le reazioni a caldo dei primi tifosi che si sono espressi un po’ ovunque attraverso i loro profili. E niente, la parola che mi ha convinto non l’ho trovata.

Parentesi: di Moise Kean non si può aggiungere molto rispetto a ciò che lo juventino conosce e ciò che ha provato a vivere, all’improvviso, durante una stagione nella quale ci si era domandati il senso della permanenza fino a gennaio e poi il senso del giocare a nascondino con il giocatore quando ci si è trovati travolti dal quotidiano (tra infortuni, partite in serie, blocchi intestinali offensivi, la Champions in salita, il nuovo – anche nel gioco – che non avanzava, eccetera, eccetera). Un paio di apparizioni da record, l’attaccante piemontese postmoderno che i nostalgici aspettano da troppo tempo, il Club Trained Player per i quali impazziscono i contabili e i nerd e infine l’impressione che al ragazzo di base mancasse nulla per essere l’atleta giusto al momento giusto (forza, velocità, sfrontatezza, senso del gol e perfino una certa duttilità in campo per essere un attaccante centrale) hanno spinto osservatori e tifosi a ritoccare l’immaginario. Kean, sul campo, ha sbagliato poco o niente, sfiorando l’epica che ti cambia la vita in un’azione di contropiede contro l’Atletico Madrid e mancando ciò che la Juve spesso chiede, tutto e subito, nei drammatici 45 minuti finali allo Stadium contro l’Ajax.

Inevitabile in tutto questo ricordare che nessuno conosce Kean meglio della Juventus. Inevitabile raccogliere in giro per il web un certo rimpianto – che non è la parola giusta perché il rammarico ha sostanza soltanto se postumo a verifiche – oppure al contrario il cinico realismo legato al fatto che se la società sceglie una cosa è perché dietro ci sia per forza qualche altra cosa. La parola potrebbe essere perché, ma perché alla fine è una domanda e non definisce. Mi sovviene una triste considerazione, per fortuna senza riscontri, ma un pochino di storia della Juventus la si conosce anche noi, ognuno per conto suo e a modo suo: il 5 agosto di una qualsiasi estate avremmo un po’ invidiato un Moise Kean cresciuto nell’Everton. Lo avrebbe invidiato Paratici, che per esempio 27,5 milioni (fossero bastati) magari li avrebbe spesi volentieri per Batshuayi nell’estate 2016. Un po’ come abbiamo segretamente invidiato chi ha creduto in Lukaku dopo che Mou lo scaricò a vent’anni dal Chelsea. Certo, tre estati fa non c’era Ronaldo, ma non so se si possa dire che era davvero un’altra Juve, un altro mercato. Un altro calcio no di sicuro.

La plusvalenza è fatta ed è consistente anche se si dà peso solo alle rare operazioni a tre zeri. E c’è sicuramente qualcosa di tecnico dietro a questa scelta. Poi anche un pizzico di qualcosa legato a Mino Raiola, tant’è che i piani intorno a Kean sembrano cambiare nei giorni di De Ligt. Ma la parola giusta non è procuratore (Lukaku all’Everton fu ancora sotto la gestione Raiola, poi abbandonato dal belga) , e neppure ambizione, perché volendo in qualche modo – con più di mezzo attacco in uscita – la si poteva tranquillamente e ragionevolmente assecondare. Non resta che l’ultima tra tutte le parole del tifoso, parola che spesso in questi anni ha avuto la meglio ma che ogni volta è come un mettersi alla prova, e si chiama fiducia. Anche perché chi ha ceduto Kean all’Everton è bianco e nero, mentre chi ha scelto così per lui veste una maglia di tutti i colori. A chiusura della vicenda scopriamo anche che il suo cognome si pronuncia Kìn e il suo nome Mòis, e allora è stato solo davvero per una notte. Una notte brava. E anche se lo sapevo, non me lo aspettavo.