Che farebbe Nick Hornby? (o di un Parma-Juve già visto prima)

di Claudio Pellecchia |

«Perché il calcio doveva essere diverso da qualsiasi altro settore nell’industria dello spettacolo? Come non esistono molti produttori di Hollywood e impresari teatrali del West End che prendono sottogamba il desiderio del pubblico di divertirsi, perché gli allenatori di calcio dovrebbero farla franca?»
(Nick Hornby, Febbre a 90′)

 

Tra i tanti motivi per vedere All or nothing, la serie Amazon dedicata al Manchester City, c’è una frase di Pep Guardiola che ho trovato a suo modo geniale nella sua semplicità e veridicità: «Questa squadra ragazzi, questa squadra, è l’unica squadra della Premier League che non so cosa farà!». La squadra è l’Arsenal e, per caso o forse no, torna buona per raccontare questo Parma-Juventus. Non certo per azzardare improvvidi ed insensati parallelismi con i Gunners dell’ultimo decennio, ma semplicemente perché la Juventus di Massimiliano Allegri è l’esatto opposto: vince, non sempre convince (ma questa è un’icona che vi consiglio di lasciare aperta: ci torneremo poi, marginalmente, e non certo per riprendere un dibattito che ha stancato) ed è metronomica nella ripetitività dello script di ogni partita – o di un buon numero di partite – da un anno e mezzo a questa parte. 

Non si tratta dei soliti discorsi sulla qualità del gioco, su cosa si possa o debba migliorare, sul ciclico riproporsi del problema Dybala, sull’astinenza da gol di Ronaldo che per alcuni (non per chi scrive) sta pericolosamente deragliando verso il più classico degli “elefanti nella stanza”, sulla (im)proponibilità di Khedira, su Douglas Costa visto unicamente come supersub, sul potenziale effettivamente sfruttato o da sfruttare, sull’esercizio di un dominio fisico e tecnico che dalla teoria difficilmente si traduce nella pratica, sulla condizione che forse arriverà o forse no, insieme a quel marzo che, però, tempo fa costò caro persino a Giulio Cesare: sono dettagli, financo marginali, che riguardano il fatto che, diversamente dall’Arsenal, tutti sanno la Juventus cosa farà. Ieri con la Lazio, oggi con il Parma, domani con chi verrà. Con o senza il calciatore più forte – o uno dei due più forti, fate vobis – del mondo. Con o senza i tre punti portati a casa, per quanto questi siano il fine che giustificano il mezzo.

Era tutto già accaduto, è tutto già accaduto, tutto continuerà ad accadere. Partita del Tardini compresa, giocata (e vinta, a questo punto) già nella conferenza stampa del venerdì, quando il tecnico aveva lanciato i consueti moniti sul “campo storicamente difficile”, sulle gare “che ti fanno vincere i campionati”, sull’incompatibilità tra gioco e risultati e relativa polemica: non mi aspettavo, quindi, nulla di diverso da quanto si è visto, nel bene e nel male e anche queste righe erano state scritte ben prima che Mauro Camoranesi su Dazn commentasse il dato dei tiri e delle zone di influenza di CR7 nelle prime due giornate. Quindi primo tempo da lasciare interdetti (o “in gestione” come direbbero quelli bravi), secondo tempo in cui il miglioramento deriva più da fattori nervosi che tecnici, “sostituzione decisiva”, golletto da qualche parte dopo il 60′, magari qualche patema di troppo contro squadre un minimo più organizzate del Parma di D’Aversa, vittoria (di partita e campionato: perché solo la Juventus può perdere il campionato e dovrebbe impegnarsi sul serio, nel farlo), commenti che mi ricordano costantemente l’ “adda venì baffone” tanto in voga dalle mie parti.

E, a volerla dire tutta, dubito fortemente che qualcosa cambi da qui a giorni, settimane, mesi: non necessariamente in termini migliorativi o peggiorativi, ma proprio come approccio, interpretazione, strutturazione e gestione della partita, delle partite, a prescindere dall’avversario, dal blasone, dalla posizione in classifica, dal fatto che Cristiano prima o poi si sblocchi, che Dybala trovi finalmente il suo autore, che la condizione fisica ci permetta di correre di più e meglio. La Juve è e sarà questa perché Allegri è e sarà questo. E non mi interessa nemmeno più dire se sia un bene o un male, visto che non è (più) importante: mi interessa e mi importa, invece, entrare nell’ordine di una serena accettazione di questa circostanza, senza illudermi dopo il buono visto nella prima mezz’ora a Verona e senza innervosirmi dopo i 45′ delle ultime due uscite.

Ora, siccome mi sono ripromesso di non scrivere più nulla di quello che questa squadra potrebbe o non potrebbe fare dal punto di vista tattico, tecnico e di fluidità della manovra – tra qualche giorno gli anni saranno 31 e non ho più voglia di mettermi a discutere con gli allegriani di ferro ogni volta che si prova a far sommessamente notare, come faceva l’Avvocato, che «se una cosa è fatta bene non vuol dire che non possa essere fatta meglio» – mi piacerebbe essere Nick Hornby. Uno che in Febbre a 90′ è riuscito a raccontare 40 anni di Arsenal senza indulgere mai, o quasi mai, in tutto ciò in cui si dovrebbe sostanziare la vita di una squadra di calcio, cioè il campo e quel che lo stesso dice di prestazioni, vittorie sconfitte. O, almeno, non nei termini in cui lo facciamo noi, qui come in altri lidi, virtuali e non. Magari perché lui è/era uno di quelli che le partite le “guarda” e non le “vede”, chissà.

Ma io non sono Nick Hornby (per fortuna sua) e la Juventus non è l’Arsenal (per fortuna nostra) quindi, alla lunga, non saprei davvero di cosa scrivere, tra ciò che si dovrebbe raccontare e ciò che non può essere raccontato per non andare a finire a parlare di carri, di fantasmi maifrediani, di chi o cosa si meritino coloro i quali alzano la mano sussurrando «si, ma…». Quindi va bene così e andrà sempre bene così: lo impone la (nostra) storia, la (nostra) tradizione, la (mia) stanchezza verso tutto questo, guerre tra fazioni incluse.

Tanto più che tra qualche settimana dovrei tornare in Inghilterra per qualche giorno: chissà magari lo incontro sul serio Hornby e gli posso chiedere qualche consiglio su come fare per continuare a scrivere di qualcosa di Juve senza scrivere di quello che fa (o non fa) la Juve.

Probabile che anche lui mi consigli di seguire Barcellona e Manchester City.