“Ha parlato Guardiola. Non dici niente?”

di Luca Momblano |

Sono in diretta. Adoro la diretta. La mia vita professionale è in diretta. Quante cose succedono, e ti succedono, mentre sei in diretta. E quante non ne puoi preparare. Rapidità, lucidità, italiano corretto. Sembra facile. Ma, effettivamente, a partita in corso, è un po’ più facile. Siamo a Mosca, siamo lì per catturare gli ottavi di finale. La Juve vince come sappiamo, esulto. Se ne discute in trasmissione, nelle pause mi aggiorno sul cellulare. Ho le timeline dei social invase: ok, abbiamo seguito l’Atalanta, abbiamo giochicchiato con la sostituzione patita da Ronaldo, ma soprattutto ha parlato Guardiola.

Non sono tornato granché sull’argomento, da allora, ma nel mio intimo non può non essere il tema del giorno. E anche, da quanto intuisco, nell’intimo di qualcun altro. Al solito, trovo un po’ di tutto: chi ricorda che avevo già annunciato la firma del contratto (falso), altri la data dell’annuncio (mai fatto), altri ancora quella della presentazione (si spinse lì una nota agenzia di stampa mentre io spiegavo che in quella data ci sarebbero state le finali del grande raduno internazionale delle J-Academies). Quindi no, quello non ero io. Non mi ci rivedo, una volta di più. Io ero nel mio piccolo quello che cercava di raccogliere e raccontare indizi, partendo da una serie di piccole ma fondamentali notizie, quello che progressivamente si imbatteva – o sbatteva – su nuove o morte piste (è un duro lavoro, ma…).

Io ero dunque quello che Guardiola alla Juve da subito (mentre si materializza lo 0% per Massimiliano Allegri) lo considerava possibile, quindi probabile, a un tratto addirittura molto probabile, ma non quello che ha mai annunciato la certezza che sarebbe arrivato, tantomeno quest’anno. Parlai, anzi, di un preliminare che sarebbe stato valido ed efficace fino a giugno 2021, e chi vivrà vedrà. Quindi ben vengano le rimostranze su ciò che ho detto (complimenti se “indovini” Ronaldo, blasfemo se anticipi giusto qualcosa sui corteggiamenti Juve-Icardi, sfottò se non arriva Guardiola: sono le regole del gioco, le conosciamo bene), ma la valanga di tweet su cose che non ho mai detto meritava qualche chiarimento postumo. Altre meno felici espressioni, da parte di colleghi e non, non meritano neanche questo.

Bando alle ciance, però, perché ciò che interessa è Guardiola. Me l’hanno fatto presente loro. Quelli delle timeline. Che includono anche quelli che spendono tempo per “difendermi” sulla fiducia. Guelfi e ghibellini. Si è scatenata in estate una battaglia senza quartiere. Ma le notizie non hanno colore. Sono bianche e/o nere. Oppure grigie, con zone d’ombra ancora da svelare. E’ su queste che si lavora nel nostro mestiere. Le altre, bianche o nere, è sufficiente riportarle.

Ma torniamo a noi: ha parlato Guardiola, si diceva. Prima in conferenza prepartita a San Siro, dove ero presente e con le mie orecchie ho potuto ascoltare la sua breve risposta alla altrettanto breve domanda del collega della Gazzetta dello Sport: “Mai si sa… sono bene a Manchester… non lo so”. Punto. A Sky -dove solo un paio di mesi fa il tema non esisteva e anzi era tabù e anzi c’è chi sostiene (senza prove) che volassero gli stracci in redazione– ha invece parlato nell’immediato dopopartita. Indirettamente mi avrebbe perfino bacchettato, quando invece la domanda da studio era posta in prima persona plurale: “Avevate informazioni sbagliate, dovevate fare meglio il vostro mestiere (ridendosela, ndr)”. E appena prima: “Allenare in Italia? Forse. Si, si, si. Mi piacerebbe. Non sono così vecchio ancora…”. Quindi qualcosa Guardiola ha detto, alla sua maniera. O forse non ha detto proprio niente e questo non depone né a favore degli uni né a favore degli altri. Comunque pare non avesse, per lo meno in pubblico, gli occhi iniettati d’odio per chi pare abbia lucrato alle sue spalle.

Ha detto invece molto Paolo Condò, giornalista stimato e degno della massima considerazione. Prima svincolandosi dal “noi” di Ilaria D’Amico, poi dicendo che a suo parere la prossima destinazione di Guardiola sarà l’Italia (Barcellona permettendo, e qui mi trovo d’accordo non perché ne sappia qualcosa, ma perché ho ritenuto sorprendente la scelta blaugrana di tenere in vita la piatta conduzione di Valverde). Ma più ancora ha detto la conduttrice, oltre al: “Avevamo pensato proprio che potesse arrivare quest’anno. L’avevamo sentito particolarmente vicino”. Intendo: “Sono arrivate altre voci – (rispetto a quali?) – anche dall’Inghilterra”. Non credo la D’Amico si riferisse a blog, tabloid scandalistici e sitarelli di varia natura. Poi potrò anche sbagliarmi. Il siparietto, al momento, termina qui.

Se ce ne sarà bisogno, ci aggiorneremo. Nel frattempo ammetto che, tra tutte le conferme del caso circa i fatti della passata primavera e qualche significativo ma anche sbrigativo “guarda che non c’è mai stato niente” (mentre le plurime e delicate fonti non hanno mai smentito nulla e, anzi, dal loro punto di vista hanno potuto anche successivamente confermare quanto detto e scritto), ci si dedica anima e corpo a capire dove può spingersi la Juve di Maurizio Sarri. Perché nel calcio possono coesistere mondi paralleli entrambi reali, in qualche modo tangibili, che includono desideri che si escludono gli uni con gli altri. Così come nel nostro lavoro esistono la buonafede, un certo senso del dovere e solo in parte del piacere. Quello dipende da cosa ti trovi di fronte. Ricordo che tutto il percorso giornalistico di avvicinamento di Pogba al Manchester United – per esempio – fu una mezza tortura a livello di reazioni. Ma, fatalmente, questo è ciò che passava con il vento, come diceva l’inquilino che abitava al pian terreno e che trovavi ogni giorno, a ogni ora, sulla sogliola della porta. Lo incrociavo da ragazzo ogni mattina quando scendevo per acquistare i quotidiani sportivi. Volevo leggere il mercato. Volevo immaginare. Quello ero io e forse sono ancora un po’ io.