Il bel paradosso Juve: ci vuole tempo e noi crediamo nella fretta

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Così dice Marco Mengoni in uno dei suoi ultimi successi: “Ci vuole tempo e noi crediamo nella fretta”.

Sembra banale ma una frase del genere è perfettamente applicabile al gergo calcistico, quello intelligente e acuto, equilibrato e paziente. La Juventus ieri ha giocato una brutta partita e questo è fuori dubbio: possesso palla sterile, corsa sbagliata (e non assente, che è ben diverso) e poche occasioni da gol. Grava come un macigno il fatto che una prestazione del genere sia venuta fuori in una finale, in una partita che valeva un trofeo e che quindi non può essere aggiustata. La coppa è andata alla squadra che l’ha meritata di più ed è inutile, adesso, piangersi addosso. Piuttosto sarebbe utile fare una riflessione a freddo per capire come è iniziata questa stagione, quali sono i precedenti, cosa abbiamo in mano e soprattutto dove vogliamo andare. Partiamo da quest’ultimo concetto.

A maggio scorso, dopo la cocente delusione di matrice olandese, era abbastanza condivisa nei tifosi juventini l’idea che servisse qualcosa di diverso rispetto alla quinquennale gestione allegriana, che pure aveva regalato non pochi trofei: un calcio più propositivo, meno timido, magari con qualche rischio in più e soprattutto che fosse degno della qualità dei suoi interpreti. Era abbastanza condivisa, pertanto, la convinzione che non bastasse più la vittoria di un campionato o di una Supercoppaper potersi ritenere soddisfatti: a dover cambiare doveva essere la filosofia calcistica.E si è iniziato a sognare e congetturare.

Per settimane il fantasma di Pep Guardiola è stato avvistato sotto la Mole con conseguente entusiasmo; al di là delle fake-news, conta proprio quell’entusiasmo manifestato dal popolo bianconero, speranzoso come non mai di vedere la propria squadra correre in avanti e non abbassarsi ed incassare (va detto: spesso senza mai andare k.o.). Pep non si è mosso da Manchester ma al suo posto è arrivato quel Maurizio Sarri che tanto gli somiglia concettualmente, per stessa ammissione dell’allenatore catalano. È arrivato dopo gli anni belli ma magri di Napoli e dopo una gestione difficile al Chelsea che, tra alti e bassi, ha portato comunque alla conquista di un titolo europeo. È arrivato con l’intenzione di cambiare filosofia (appunto) e quindi con la consapevolezza che ci sarebbe voluto del tempo. Ci vuole tempo e noi crediamo nella fretta, eh già.

Dopo sei mesi la Juve è prima in classifica al pari di un Inter cazzuta come il suo allenatore, è agli ottavi di Champions League da prima nel girone ed ha regalato, senza dubbio a fasi alterne, sprazzi di grande calcio. Per intenderci, quel grande calcio che il buon Max Allegri non capiva cosa fosse ma che i più attenti e meno disinteressati sicuramente avranno saputo apprezzare: squadra corta, pressing alto, palla dietro e palla avanti per la mezz’ala che si inserisce (vedere il primo tempo di Juventus-Napoli 4-3, per ora la migliore cartolina della nuova filosofia). Ad oggi va sicuramente aggiunta una finale di Supercoppa italiana persa…e allora?

Allegri l’ha persa per ben tre volte e pure non mi pare che si sia scatenato chissà quale malcontento. Quella persa nel 2014 fu addirittura imbarazzante, contro un Napoli oggettivamente traballante (a parte il fenomeno Higuain) che chiuse il campionato al quinto posto. Con questo ragionamento non si vuole assolutamente fare paragoni tra allenatori, semmai tra stagioni: la prima Juve di Allegri perse la Supercoppa e arrivò sei mesi dopo a giocarsi la finale di Champions a Berlino; lo stesso fece la sua terza squadra, perdente ai rigori col Milan e poi giunta alla finale di Cardiff.

Il tempo e le situazioni dovrebbero insegnare l’equilibrio e invece si giunge facilmente all’isteria. Sarri ha mille attenuanti e non va assolutamente crocifisso per una Supercoppa persa: proprio perché sta provando ad inculcare una nuova mentalità va sostenuto a maggior ragione. E alla fine, senza sconti o discorsi astratti, valutato per quanto ha dato. Anche perché la squadra è comunque lì, in linea con tutti gli obiettivi stagionali (vedremo dopo le vacanze come se la caverà con la Coppa Italia).

Per ogni cambio di filosofia c’è un tempo prestabilito che vuole i suoi momenti: picchi di entusiasmo, ricadute, rialzate. Questa Juve ce la sta mettendo tutta per poter essere una creatura diversa e noi dovremmo chiederci, ricordandoci magari di come si stava a maggio: questa è la meta che vogliamo raggiungere?

Se la risposta è sì, allora non ci si sconvolga tanto per una Supercoppa persa a dicembre. Sarebbe come disperarsi per aver disperso un pugno di sabbia nel deserto.