Paolo Montero: 'on the hardwood' nel segno di Lippi

di Claudio Pellecchia |

Quando ho saputo che Paolo Montero era stato nominato allenatore del Boca Unidos, carneadeatica squadra della Primera B Nacional (la seconda divisione del campionato argentino), non ho potuto fare a meno di chiedermi che tipo di tecnico potrebbe diventare l’uomo che Lippi pretese come primo rinforzo per la difesa ormai un buon ventennio fa. Soprattutto cercando di evitare due tipi di categorizzazione:

  • l’ennesimo ex calciatore sudamericano folgorato sulla via di quell’abominio (parere personale) che prende il nome di cholismo e che, Bayern o non Bayern, mi ha portato a benedire il fatto di aver evitato uno snervante ed agonico ottavo di Champions contro l’Atletico Madrid;
  • la riconduzione affrettata allo scontato fil rouge della maglia sudata, della garra charrua, del “palla o gamba, basta che l’avversario non passi”, come mantra da trasmettere alla squadra che si va ad allenare;

Per questo, alla fine, la risposta è stata molto più immediata del previsto. Al netto di una controprova fattuale che ancora manca (pur avendo già guidato l’amato Peñarol nel periodo di transizione tra il dimissionario Fossati e Pablo Bengoechea) per capire come sarà il Montero allenatore è necessario ripensare all’evoluzione del suo modo di stare sul terreno di gioco.

Calcisticamente parlando, infatti, all’inizio della carriera Paolo era un uruguagio nel senso più puro del termine. Uno, cioè, abituato a ragionare (e difendere) con il classico sistema ‘a imbuto’, dove gli avversari vengono portati scientemente verso il centro del campo per farli cadere nella morsa del caudillo: da Nasazzi a Godin, passando per Obdulio Varela, lo stesso Montero e Diego Lugano, da quelle parti è ottant’anni che si gioca così, in funzione del leader difensivo al ritmo del cui respiro va l’intera squadra.

Un retaggio che il nostro si è portato dietro nella sua prima esperienza italiana (1992-1996 con la maglia dell’Atalanta). Fino a quando non ha incontrato l’amore tattico della sua vita. Quel Marcello Lippi che gli fece capire come, a certi livelli, difendere di squadra fosse molto più efficace che difendere individualmente, che imparare a muoversi in coppia con Ferrara/Iuliano fosse molto più remunerativo che provare l’anticipo sempre, comunque e contro chiunque, che giocarsi l’uno contro uno al grido del “palla o gamba” di cui sopra non sempre fosse un buon affare.

Per anni, del Montero in bianco e nero, si sono unicamente messi in evidenza le 16 espulsioni in A (record tutt’ora imbattuto), i falli di reazione su Di Biagio e Totti, l’irruenza a volte eccessiva di certi suoi interventi: rigurgiti del suo essere che era impossibile sedare a lungo. Ma se ci si fosse limitati ad una lettura meno semplicistica e superficiale delle cose, ci si sarebbe accorti molto prima di un difensore tatticamente inappuntabile, puntuale nelle chiusure preventive, attento come pochi nell’intuire lo sviluppo dell’azione, con le sue naturali doti di leadership al servizio di un sistema difensivo molto più efficace rispetto a quello cui era stato sempre abituato. Del resto non si diventa punti fermi per tre allenatori diversi (Lippi, Ancelotti e, in parte, Capello) per caso.

Il Montero allenatore, quindi, me lo immagino così, in un’ideale continuazione di quel che è stata la sua parabola da calciatore, con una squadra plasmata a sua immagine e somiglianza: grintosa, certo, ma all’interno di un sistema organizzato; con propensione al sacrificio purché questo risulti funzionale al risultato; accorta difensivamente (ma non catenacciara) perché su una solida retroguardia si possono costruire anche le fortune offensive; intelligente nell’interpretare le varie fasi di una gara e di una stagione, soffrendo quando c’è da soffrire, tracimando quando una buona cifra tecnica è supportata da un’altrettanto buona condizione fisica. In una parola: lippiana. In onore dell’uomo che gli ha cambiato la carriera.

Perché Paolo Montero si nasce ma, soprattutto, si diventa. Calciatore o allenatore, poi, cambia poco.