Paolino, una diversa prospettiva

di Aulo Cossu |

Dopo aver ricordato il Paolino di Vicenza, voglio soffermarmi su quello juventino. E me ne da’ occasione la visione, davvero struggente, dei funerali del nostro indimenticabile numero 9 con maglia Ariston.

Il Duomo di Vicenza, doverosa sede della cerimonia, era diviso in tre file di banchi. Nei primi tre sedevano, da destra, in uno il figlio Alessandro, nel centrale la moglie con le due figlie, nel terzo Antonio Cabrini e Marco Tardelli con le rispettive compagne.

In quel banco, Antonio e Marco, mi dispiace per i tanti soloni che si riempiono la bocca in queste ore, non avevano la maglia azzurra, bensì quella bianconera. Amici veri, cementati non nel ritiro di Vigo, ma mesi prima, quando la Juve prese Paolino allorquando tutti lo trattavano come un appestato. Quel blocco monolitico della Juve trapattoniana, non ancora impreziosito da Platini e Boniek, lo adottò, lo coccolò, e lo abbracciò con gioia quando alla prima partita dopo la squalifica, a Udine, Paolino segnò (di testa…) il gol del 3-1.

Senza la Juve, l’Italia non avrebbe mai vinto il mondiale ‘82. Senza la Juve, quel mondiale sarebbe stato giocato non da Paolino ma da Roberto Pruzzo, e l’Italia non lo avrebbe vinto. Senza la Juve, Paolino sarebbe rimasto per sempre un appestato per colpa di due osti romani. Senza la Juve, almeno metà della popolazione romana avrebbe trionfato, perché tifava per il Brasile di Falcao.

Perché la Juve è il calcio italiano. E Paolino questo lo sapeva bene.


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