Ciao Paolino Rossi, è come se ne fosse andato un amico

di Aulo Cossu |

Mentre ero ebbro delle intemerate del salentino contro la coppia Billò (eccellente)/Don Fabio (pungente), avevo già in testa cosa scrivere, puntando sulla coppia Romelu/Arturo, protagonisti indiscussi dell’eliminazione dell’Inter durante il corso del girone, e quindi due di noi senza dubbio.

Ma questa mattina è arrivata la terribile notizia della prematura scomparsa di Paolino Rossi, e la penna si è ovviamente fermata, travolta da un’onda di emozione che per me, diciottenne nel 1978, ha facilmente travalicato l’ambito sportivo, per montare nel corso delle ore in panna esistenziale e in dolore profondo. I “coccodrilli” e le dichiarazioni sono già affluiti numerosi, e segnalo soprattutto il ricordo da parte di Boniek, mai troppo tenero con la nostra maglia, ma oggi commovente nel rammentare quegli anni in bianconero come i migliori della sua vita. Cosa dire che non sia già stato detto?

Anzitutto il nomignolo. Non userò Pablito (nato non nel 1982 come ha scritto qualche ignorante, bensì nel giugno 1978 dopo la prima partita del mondiale argentino con la Francia, visto che la mascotte si chiamava, per l’appunto, Pablito, con annesso cappellone da gaucho), bensì Paolino, come iniziarono a chiamarlo, a causa del fisico direi mingherlino, nel 1977, quando cominciò a far vedere mirabilie nel Real Vicenza in serie B.

Dunque, di Paolino, campione per me senza maglia anche se fortunatamente per qualche anno fu possibile godercelo in bianconero, vi affido tre ricordi, tutti datati ovviamente 1978:

– 12 marzo, alle ore 13,30 circa viene intervistato dal TG1 poco prima dell’inizio di Lazio-Vicenza, col suo sorriso pulito che già piaceva, si disse, alle mamme d’Italia (come fidanzato ideale per le figlie, si disse); dice che spera di fare una bella partita; quel TG non lo vedo, me lo riferiscono, perché mi trovo in tribuna Tevere all’Olimpico, piazzato li, da juventino, per vedermi Paolino dal vivo e godermi soprattutto i suoi movimenti senza palla, proiettati nel futuro; finirà 3-1 per il Real Vicenza, con tripletta di Paolino, e il sottoscritto in estasi;

– 6 giugno, seconda partita ai mondiali contro l’Ungheria; 34’, tiraccio da fuori area non ricordo di chi, forse Benetti, il portiere ungherese respinge corto e Paolino già ride ancor prima di avventarsi sulla palla e deporla in rete, avendo capito tutto con largo anticipo, come sempre gli capitava all’epoca;

– 10 giugno, terza partita al Monumental contro i padroni di casa; gol partita di Bettega, spedito davanti al portiere da una sublime palla di ritorno di Paolino, che rimane a mio avviso il suo gesto tecnico che più di ogni altro racchiude la sua enorme classe. Insomma, leggerete tanto sul 1982 e sui gol segnati, pochissimo sul 1978 e sulla sua capacità in quel momento di “fare reparto” da solo. A mio modesto avviso, in quell’anno Paolino era davvero l’erede del più grande di tutti, quello con il numero 14 che all’epoca si avviava sul viale del tramonto (rinunciando a quel
mondiale con l’Olanda).

E io il Paolino di Vicenza voglio ricordare oggi, sperando gli venga dedicato immediatamente il vecchio Romeo Menti, lo stadio con la colonna che ostruiva le riprese televisive.

Ciao Paolino, sei stato (con altri tre) il mio più caro amico dei vent’anni. Non ti dimenticherò.


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