Pantani 2000

di Vincenzo Ricchiuti |

Marco Pantani la sera prima aveva resistito. Nessun corridore resta in gruppo dopo un fermo come quello. Sei minuti pare. Magari cinque, o forse anche più. Chi può dire dove finisce il mito e comincia l’orologio. Fatto sta che secondo le regole del buonsenso come del ciclismo Marco Pantani dovrebbe starsene a casetta. Lì, tra le discoteche e le bonazze della sua terra. Sei caduto ? Ti sei rialzato non importa. Se è passato tanto di quel tempo e sei così staccato dalla testa via a casa. Eppure le regole sono qualcosa di troppo nella vita di Marco Pantani. Tre anni fa in Francia ha fatto qualcosa di totalmente illogico. S’è messo in testa di far zompare la corsa francese. Come ? Nel modo più infantile si possa immaginare. Parti e corri più forte degli altri da subito. Li stacchi così tanto che poi saltano le strategie, sbiancano i volti, cambiano mestiere gli opinionisti, parlano di te i cessi d’autogrill, ti cedono le mogli i veri tifosi. Nulla, parte. Parte che non ha un senso ma un senso. Niente, io sto in vacanza, è Luglio, un caldo boia. Vedi l’omino che lo fa sul serio. Quante volte l’hai voluto fare, questo spaccare le montagne ? Io mai. Ma c’è gente che hai voglia quante. Quello però lo sta facendo sul serio, è un professionista e si sta giocando la carriera, si chiama Marco, Marco Pantani. E’ primo. Manca una infinità di km. Però è primo. E l’americano dietro, il padrone della corsa di tutte le corse, si sta innervosendo. Anche il direttore di Pantani s’è innervosito. Non è in grado di reggere, non è pazzo, vorrebbe rimetterci un po’ di vita normale in quella follia di metter sotto sopra un paese. Gli dice fai più piano Marco, cerchiamo alleati, trovarli gli alleati, non hai amici Marco, non è così che hai amici, non puoi riuscirci Marco, cristiddio Marco tu ci riuscissi. Un po’ eccitato un po’ inadeguato pur di dare buoni consigli all’uomo in bicicletta si dimentica di farlo alimentare. Marco Pantani per metter ko la Francia è partito a stomaco vuoto. E qualcosa deve mangiarla. Il suo manager si scorda, Pantani finisce a cagare nei prati per dissenteria. Mentre la corsa, la Francia, l’americano, gli passano affianco. Tre anni dopo quel direttore è passato dalla parte dei nuovi più forti. Gilberto Simoni, così si chiama il nuovo campionissimo, è davvero un’ira di Dio. Non quelle ire degli dei, tutte sconclusionate, quelle ire che poi per capirsi finiscono sempre col mettere incinta qualcuno. E semidei di figli. No, la sua è quadrata azione di un Dio giusto, rigoroso e solo troppo forte. L’avversario di Simoni di quel duemila e tre è Stefano. L’ex cameriere di Marco. Stefano Garzelli da quando Pantani s’è messo a fare il matto e l’imputato è diventato capitano. Marco non gli vuol male. Tanto se Stefano è capitano, lui resta indipendente. E’ generale senz’armi forse. Perché non s’allena più, perché paga più avvocati che gli sforzi. Però è un bizzarro emulo di Napoleone dopo l’Elba. Che successe a Napoleone dopo l’Elba ? Quel che successe a Napoleone dopo l’Elba è accaduto a Marco Pantani. E’ sbarcato da solo sulle corse, come Napoleone sulla spiaggia. Giusto una maglietta che lui varia, rosa quando il primato è giallo e gialla quando il primato è rosa. Perché è dispettoso e in fondo andatevene affanculo. Ci ha una squadra e non ce l’ha, la Mercatone non la vuole più nessuno e soprattutto in Francia. Dopo quello scherzo meglio così. E’ sbarcato loffio e solo sul suo sport. E come il Bonaparte s’è trovato l’esercito imprevisto: il popolo. Quelli dei giornali del Giro del duemila e tre sono affranti. Hai voglia a acclamare Simoni. Hai voglia a resuscitare Frigo, ad arraparsi per le chiome barbie del Pellizzotti. Garzelli poi, e figurarsi, quello è capitano come io sono un vigile urbano. Niente, tutti tentativi a vuoto. La gente vuole solo Pantani. E’ una processione infame contro il buon onesto lavoro di tutta quella gente: motorini, motorette, leggende nuove di pacca, direttori scesi in campo, l’americano che guarda minaccioso dalla Francia hai visto mai. Quello è un rottame, e quello è finito, e quello è un gregario che non fa il gregario, e quello ma cosa fa Garzelli che lo teme. Non gli fai nulla. La Rai stessa è rassegnata. Ogni tappa c’è la diretta su Pantani. Ultimo, penultimo, in gruppo, che dà segni di vita, che corre bene, che è l’ultimo gran Pantani dell’ultimo secolo, che corre meno bene, che ecco la formula per non farsi sbranare dai tifosi sale del suo passo. Prima Pantani, dopo Pantani, a che sta Pantani. Il Pantani del duemila. Quello che è rimasto. Ed è tutto. Poi ogni tanto si vede la vetta, i primatisti come fastidio inutile. E’ il popolo che lo vuole. Alla gente interessa solo lui. Non è una corsa. E’un fatto atipico. E allora quando Pantani cade, colpa di Garzelli ed è proprio così. E allora quando Pantani piange, il dolore è forte e lo sento anch’io. E quando Pantani sanguina e aspetta che gli passi. E quando Garzelli nel frattempo s’è rialzato che a lui gli è già passata. E quando poi Pantani quella sera resisterà alla tentazione di mollare, e quando poi il giorno dopo andrà a tentar l’ultima mattana, vincere la corsa ed il suo vecchio direttore a implorare il nuovo vincitore “Lascialo andare ti prego lascialo andare” inascoltato ora come allora. E quando Pantani riparte dopo boh, sessanta minuti facciamo sei. E quando Pantani viene letteralmente portato al traguardo da tutti noi. Ci sono io del duemila e tre, figurati, che sto lì a spingerlo da dietro uno schermo. Il nonno, il bimbo, il suo papà. La mamma, la sua che cammina accanto a lui in bici. Tutti stan lì, Marco Marco Marco. Del vincitore, del Giro, del duemila e tre non ce ne frega niente. Noi vogliamo tutto ciò che lui vuole. E allora quando lui vuole arrivare comunque al traguardo, rotto e tra chissà chi se compagni o porci a fargli l’ali, noi possiamo spengere anche qui.