Di padre in figlio, dopo la puntura di Higuain

di Claudio Pellecchia |

Con mio padre non è che ci si parli poi molto. E non certo per questioni di diversa fede calcistica. Anche perché, tolta quella, siamo praticamente uguali in tutto (“purtroppo” direbbe mia madre). Credo sia uno di quei classici rapporti virili in cui conta quel che si fa piuttosto che quel che si dice. Ed è per questo che la lezione più importante della mia vita me l’ha data in silenzio, da piccolo, quando decisi di abbracciare una squadra diversa dalla sua e dal resto della città in cui viviamo. Fu un qualcosa del tipo: “Bene, hai preso una decisione, vediamo se riesci a imporla e a difenderla“. Un qualcosa che ho fatto, nel calcio come nella vita, negli ultimi venti e passa anni anche contro di lui, assumendomi oneri e onori, decisioni e conseguenze delle stesse.

Certo, sono stato anche fortunato: durante tutta la mia infanzia/adolescenza, e almeno fino al 2007, non è che qui a Napoli della Juventus si interessassero poi granché. Non come un tempo, almeno. C’erano stati gli strascichi dolorosi dell’epoca post maradoniana e una risalita lenta da completare e, per quanto i prodromi dell’attuale seconda età dell’oro partenopea fossero in qualche maniera visibile, le priorità erano altre. Tanto più che i social non erano ancora così tanto social, l’ambiente non era ancora funestato da intellettualoidi radical chic intenti a far soldi sulla pelle di quei poveri allucinati che credevano (e credono) davvero che la questione meridionale si potesse traslare nel calcio globalizzato del XXI secolo e lo sfottò e la goliardia non superavano quasi mai il livello di guardia. Quello che sarebbe seguito poi lo sappiamo e lo sapete, ma fortunatamente ho le spalle abbastanza larghe (e, lo ammetto, una più che discreta considerazione di me stesso – qualcuno la potrebbe definire anche arroganza – che mi permette di non abbassare la testa di fronte a chi non reputo alla mia altezza) per resistere a quella sottile forma di “razzismo” (mettete tutte le virgolette che ritenete necessarie) esemplificata da quel o’ juventin affibbiatomi/ci indipendentemente dalla nostra natura più o meno irreprensibile di uomini, alla maniera di quelle serie tv sulla criminalità organizzata che tanto vanno per la maggiore oggi. E di questo, come detto, sarò sempre grato a mio padre per avermi fatto scegliere,  per non avermi imposto nulla sulla base di concezioni superate dall’uomo e dal tempo, per avermi insegnato, in silenzio, come stare al mondo, come “essendo odiato a non dare spazio all’odio” avrebbe detto (e scritto) Kipling. O come avrebbe detto (e scritto) una persona splendidamente normale come Raffaella Iuliano:

Per questo, qualche giorno fa, ci sono rimasto male. Ero in auto con un mio amico (uno di quelli con cui discuto/litigo praticamente su tutto ciò che riguarda la Juve: moduli, schemi, mentalità e tutte le menate che alimentano il guelfighibellinismo interno degli ultimi sei anni: perché, in assenza di avversari sul campo, ce ne siamo dovuti creare di nuovi da soli), stavamo andando da lui per vedere Juventus-Crotone e all’improvviso, poco prima di trovare parcheggio, mi fa: “Sai, spero che a mio figlio non piaccia mai il calcio. O, almeno che non tifi Juve ma Napoli: non voglio che passi quello che sto passando io”. Sul momento non ci ho fatto molto caso, preso dalla tensione pregara (si, vado in iperventilazione anche per uno Juve-Crotone) e da tanti altri pensieri anche extra calcio. Ho avuto, però, modo di ripensarci nella consueta settimana di delirio che ha preceduto quell’assurdità logico-antropologica che è un Napoli-Juventus allo stadio San Paolo. E mi sono sentito triste. Perché, in cuor mio, per quanto provassi a negarmelo, sapevo quanto avesse ragione: io stesso come farò un domani a preparare un bambino (o una bambina, perché no) a tutto quello che lo aspetta qualora scegliesse un tifo non convenzionale e unanimemente accettato? Come potrò spiegargli(le) che comunque tutto questo è (dovrebbe essere) solo un gioco e che tutto ciò che sente su Savoia, Borbone, Cavour e Garibaldi applicato al fu sport più bello del mondo è frutto di un populismo e un benaltrismo che sfocia nel ridicolo? Come potrò fargli(le) capire che tutto quest’odio non ha senso e che non deve certo sentirsi responsabile perché qualcuno della sua parte insiste e persiste con cori e slogan lontani dal comune e civile sentire? Come riuscirò a inculcargli(le) il valore di difendere una sua libera scelta, qualunque essa sia?

Forse dovrei fare come mio padre e insegnare in silenzio, senza interferire con il corso naturale delle cose. O, forse, qualcosa dirò, ma solo se interpellato. O, ancora, proverò a spiegare a un esserino di 6/7 anni che quel giochino che gli piace tanto non è tutto rose e fiori ma ha anche parecchie parti oscure, soprattutto nel rapporto con gli altri. Oppure non farò nulla, perché l’importante è circondarsi delle persone giuste in ogni contesto (delle tre persone con cui parlo sul serio di calcio, due sono ben tifose del Napoli) o anche perché di figli potrei non averne e il problema allora non si porrebbe. Il fatto è che non riesco ad essere contento nemmeno dopo una vittoria in casa della capolista, con gol del grande ex insultato e infamato in ogni modo possibile. E non c’entrano la tattica, la tecnica, il baricentro basso, le percentuali più o meno bulgare di possesso palla, la rivedibile stampa locale, gli autori dei libri “che non sanno più come insultarci”, le mistificazioni, le spacconate di DeLa jr.: c’entra un modo di vivere lo sport che sport non è, in una città, la mia città, che potrebbe essere tutto quello che vuole e che, invece, talvolta sceglie di essere ciò che non è, più per una narrazione autoimposta che per sua effettiva natura. Anche, se non soprattutto, in un ambito così frivolo eppure così importante per le giovani generazioni.

Quindi è finita, è finita bene per noi e male per loro (ma è sport, appunto), ma a un certo punto anche questo era diventato un dettaglio secondario, al pari dell’esito di questo campionato, qualunque esso sia. A un certo punto volevo solo che finisse, per lasciarmi alle spalle tutto questo, anche solo per un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un girone. Non si può vivere così, non si può vivere il calcio così, non posso chiedere a mio figlio/a di viverlo così. Non ne vale la pena. Non è bello. Non è giusto.

Papà, come devo fare?