Pablito e Weston, sono tutti giovani e belli gli eroi

di Silvia Sanmory |

Gli eroi sono tutti giovani e belli“.

(Francesco Guccini)

Un caffè che sale sul fuoco. Una compostezza che si disintegra.

La mia notte magica inseguendo un gol, l’11 luglio del 1982, la ricordo così, tra un aroma che arriva dalla cucina e l’esultanza inaspettata di mio papà, uomo che più lontano dal calcio non si può.

Eppure, da appassionato di ricerche, si era documentato nei giorni precedenti la Finale e sciorinava nomi e ruoli come una sicurezza da intenditore navigato.

Collovati, Bergomi, Gentile, Cabrini, Tardelli, Conti, nomi nuovi  alle mie orecchie di bimba a digiuno del settore.

E poi c’era lui, Paolo Rossi. Un nome e soprattutto un cognome che più italiano non si può.

Sandro Pertini, volato a Madrid con gli Azzurri, gli raccomanda: “I tedeschi sono robusti, cerca di non farti pestare i piedi”.

Mica se li fa pestare: tre gol al Brasile, due alla Polonia e uno alla Germania in finale, Paolo è il capocannoniere, l’eroe nazional popolare grazie al quale l’Italia per la terza volta conquista il titolo di Campione del mondo.

Nella terra spagnola, Pablito ha regalato un sogno ad intere generazioni. Nel gol che ha gonfiato la rete tedesca non c’è solo il centrocampista dal viso scavato e dallo sguardo malinconico, c’è tutta una nazione, ci siamo tutti noi, c’è l’emozione come collante dell’identità.

Anche chi non l’ha vissuta direttamente è racchiuso in quella rete; ci siamo tutti  nell’euforia smisurata a suon di clacson, sbandierate e petardi che quella notte ha invaso ed illuminato ogni angolo del Bel Paese; persino mio papà, irriconoscibile e trasognato, è sul balcone ad agitare l’italico vessillo, uno dei ricordi più spensierati che ho di lui.

Il calcio è soprattutto emozione, in questo caso un’emozione che innesca ricordi. E di emozione in emozione si compone la sua storia, intrecciata con la nostra.

L’altra sera, al Camp Nou spodestato dai bianconeri, il Texas Boy (come lo ha ribattezzato Cristiano Ronaldo, l’altro marcatore della serata) Weston McKennie, la Rising Star che segnando nel Derby si è aggiudicato tutta la mia simpatia, ci ha regalato un’altra euforia, un altro brivido, lui e la sua protratta bravura in campo confermata con la prodezza che ha fulminato Ter Stegen…

McKennie in un certo senso mi ha ricordato Paolo Rossi. Come lui, rappresenta un’identità; poche ore dopo la vittoria della Juventus, Weston è stato celebrato a quasi 10.000 km di distanza da Barcellona, nella sua terra d’origine, gli Stati Uniti d’America: tweet della Nazionale a stelle e strisce e della FC Dallas nel cui vivaio si è formato; la foto che fissa per i posteri la sua fenomenale sforbiciata è rimbalzata tra gli americani, probabilmente diventerà l’icona del desktop o del cellulare dei ragazzini oltre oceano che sognano di essere futuri campioni; Weston è il primo americano ad essere entrato nella storia della Juventus e ad aver segnato per la Vecchia Signora. Un esempio, un orgoglio, lo spirito di una terra.

Come Pablito, l’italiano che, insieme a Pertini, negli anni Ottanta è stato il più noto al mondo.


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