Orange is the new black & white

di Luca Momblano |

Ci va coraggio. Così lo si è ammesso a mente fredda, senza preconcetti o aspettative annientate, quando la Juve ha affondato e chiuso per Maurizio Sarri in una domenica ai duecento all’ora che ha rimesso in fila – quando è arrivato il segnale dal vertice – settimane di dispersione mediatica, di pressioni gestite tutto sommato con il massimo dei voti e del dissimulare degno della Juventus, soprattutto da parte di Fabio Paratici: il più esposto, il più martellato, il più minacciato, il più attenzionato, soprattutto perché al suo primo round da concorrente alla cintura continentale dei pesi massimi tra i dirigenti.

Ci va coraggio. Ce ne va – contasse qualcosa la morale del diffidente e del politically correct che giudica le due cose che si sanno e non conosce le cento cose che non si sanno – a tesserare un profilo come quello di Adrien Rabiot. Il calciatore è forte, completo, praticamente sempre titolare in una squadra che ha fatto di tutto nel tempo per metterlo in serrata concorrenza con compagni immersi in una prigione dorata e quindi coccolati attraverso un occhio particolare. C’è coraggio perché c’è parecchio (sano) idealismo dietro la scelta della Juventus, se possibile più idealismo ancora rispetto al fascinoso rientro di Pogba. Idealismo che viene da lontano, dalla coerenza nell’aver intravisto e poi visto il tenore di un calciatore che ha anche del bello oltre alla sostanza armata che la Juve gli chiederà sin dai primi minuti in campo.

Ci va coraggio. Riprovarci con un anglosassone, per di più gallese, ora costretto pure a una partenza a handicap, che viene dal calcio dei bravi per essere testato nel calcio dei forti, che non si può osare a tirare in ballo John Charles e che per quelli di mezza età può negli incubi apparire come un calzante ibrido tra le esperienze relativamente più recenti di Ian Rush e David Platt. E cosa dire del coraggio dei nostri, di Agnelli, di Nedved e di Gigi Buffon. Fare come se non fosse accaduto niente, come se un anno fosse un giorno – geniale e onesto non organizzare conferenze di presentazione quando chi e dove si presentano da soli. Fare come se il capitano avesse sempre saputo di voler fare il dodicesimo come nessun altro ha saputo fare prima di lui, come se avesse sempre voluto smettere con la maglia bianconera, come se la Juve dovesse per forza rappresentare il prima, il durante e il dopo. Da certe cose non si scappa, sono scritte, sono anche queste un po’ avvolte nell’idealismo di chi ha masticato il mondo della Vecchia Signora.

Ci va coraggio anche per Matthijs De Ligt. Un coraggio che messo insieme alle altre operazioni coraggio, e le prossime non promettono nulla di meno, va in continuità con la scelta di mutare il lato sportivo della Juventus nel punto più alto della sua storia moderna. Coraggio, volontà, forza, passione. Mutare come muta il tempo, oggi, più veloce dell’immaginazione. Questa scommessa globale che ha forti macchie orange è una scommessa fondata su un’urgenza, nel concreto del guardare davanti almeno quanto si guarda tradizionalmente dietro come nell’idealismo che non va al momento confuso né con Cruijff né con Guardiola, perché l’emulazione fa invece sempre parte del passato. E le urgenze più intime richiedono quella cosa lì: coraggio, che poi corrisponde a esplorare i propri limiti e quelli degli altri muovendosi in avanti con gli occhi ben aperti.


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