Max Allegri, l’opposto che ha attratto Andrea Agnelli

di Sergio Sersim |

Chi mi legge abitualmente sa che non sono un grande fan dell’Allegri allenatore, e ancora meno del personaggio che si è costruito nel tempo, anche se questa è sempre stata una visione parziale e limitata alle ultime due annate sportive. Ieri però è stato piacevole assistere alla manifestazione di un profondo e mutuo rapporto di amicizia tra il Presidente Agnelli e l’allenatore in uscita. Con una bellissima ed emozionante conferenza si conclude quindi nel migliore dei modi il rapporto professionale tra la Juventus e Allegri. Lo meritava quest’ultimo e ne aveva bisogno la Juventus per lasciarsi alle spalle il burrascoso addio con Antonio Conte.

I 50 minuti della chiacchierata della giornata di ieri ci lasciano l’immagine toccante di un Presidente commosso e umano, in netta contrapposizione con quella cinica che la famiglia Agnelli ha sempre trasmesso. Al di là dell’ambito calcistico, la famiglia è stata storicamente dipinta come risoluta a perseguire i propri obiettivi, macinando e dimenticando in fretta tutti coloro che hanno lavorato per le loro aziende. Per chi è cresciuto a Torino, è ancora oggi consuetudine sentir parlare della Fiat come “La Feroce” che, in una visione fantozziana, sarebbe un luogo angusto che priva di felicità e speranza ogni lavoratore.

Parte di questo racconto popolare, osservando il volto distrutto di Andrea Agnelli, viene finalmente a mancare. Abbiamo assistito a un Presidente che si è spogliato del suo ruolo e si è mostrato in tutta la sua nudità: un essere umano scosso che ha accettato i consigli delle persone alle quali ha affidato cariche e responsabilità e che ha accompagnato alla porta un amico al quale avrebbe probabilmente rinnovato il contratto, sbagliando. E forse qui passa tutta la differenza tra la storia della Juventus e l’Inter di Moratti, un presidente appassionato, anche troppo, che si è spesso distinto per scelte sbagliate in mancanza di saggi consiglieri.

La profonda amicizia che lega i due protagonisti di ieri sembra quasi degna di una pellicola cinematografica. Da un lato abbiamo un uomo cresciuto in una delle famiglie più influenti del mondo, in un ambiente secondo solo alla casata dei Windsor, probabilmente attorniato da manager fin dalla tenera età e, in una esagerazione narrativa, la cui prima parola dev’essere stata “azienda” e non “mamma”. Dall’altro lato abbiamo un uomo scanzonato, che vive pensando al breve termine, che rappresenta in toto la cultura popolare e che se lo definissi cazzone sicuramente ne coglierebbe la sfumatura positiva. A vedere come Andrea rideva alle battute di Massimiliano, c’è quasi la sensazione che in lui abbia trovato l’amico che rappresenta tutto il contrario dell’ambiente che lo ha sempre circondato. Sicuramente sono iperboli, ma queste emozioni non sembravano presenti in egual misura un anno fa quando Andrea salutò Buffon, anch’esso amico di lunga data.

Proprio per queste ragioni bisogna rivolgere un enorme ringraziamento a Pavel Nedved e Fabio Paratici, che si sono ritrovati a operare in un contesto delicato, forse più vicino a una dinamica familiare che non aziendale. Andrea ha ribadito più volte come “la decisione più difficile di questo ciclo” non sia nata dentro di se, ma l’abbia avallata fidandosi di chi è pagato per ragionare con il cervello e non con il cuore. Volendo concludere con un paragone, Andrea è sembrato Odisseo quando si fa legare all’albero maestro della nave per non cadere nella tentazione del richiamo delle sirene, pur volendo ascoltare il loro canto. Nell’ultimo mese Nedved e Paratici, come Perimede ed Euriloco, hanno stretto queste corde immaginarie e l’hanno condotto verso la scelta più giusta per il futuro della Juventus.


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