Omar Sivori, il poeta dell’impossibile

di Silvia Sanmory |

Omar Sivori è un vizio“.
(Gianni Agnelli)
Era un tipo strano, Omar Sivori. Capriccioso, anarchico, sfrontato, un artista del pallone fatto di estro ed inventiva; un inimitabile poeta del calcio, capace di  creare nuovi spazi, al di la di quelli già esistenti.
Uno capace di realizzare l’impossibile, un Supereroe dinoccolato con i calzettoni arrotolati, un pò Uomo Roccia senza parastinchi in campo, un pò irriverente come Deadpool.

Di lui mi ha raccontato Andrea Bosco, giornalista autore del nuovo libro “L’angelo con la faccia sporca” (Minerva Edizioni), dedicato al leggendario El Cabezon, uno dei miti del suo percorso di juventinità, iniziato per caso tra l’altro: “Mio papà mi aveva portato con lui a Rimini, in un viaggio di lavoro – mi spiega – e la società dalla quale aveva ottenuto un contratto ci aveva recapitato in albergo due biglietti omaggio per il match Spal – Juventus, a Ferrara; vinto dai bianconeri grazie ad una rete di Karl Hansen; brutta partita in realtà ma la Juventus aveva un centravanti biondo e tecnico che incantava: Giampiero Boniperti. Ho pensato spesso che avrei potuto diventare interista, milanista… Ma quella domenica in campo c’erano maglie bianconere e “ quel “ centravanti. Sono diventato juventino per caso. E devo dire che, tra molte gioie e qualche dolore, mi è andata bene“.

Ho chiesto ad Andrea il motivo che l’ha spinto, tra tanti fuoriclasse che hanno indossato la maglia della Vecchia Signora, a scrivere di Sivori: “E’ stato il mio idolo di quando da ragazzino giocavo anche io a calcio; sentivo spesso parlare di lui, ogni tanto grazie alla Rai e ai cinegiornali, vedevo qualche sua immagine. E il mio chiodo fisso era riuscire a vederlo dal vivo per capire come riuscisse a realizzare certe prodezze impossibili. Da mesi avevo messo in croce mio padre perché mi portasse a Torino, al Comunale, a vedere la
Juventus. Mesi di buona condotta nell’Istituto, di promesse di migliorare i miei voti. Alla fine la spuntai; mio papà, piccolo imprenditore edile a Venezia, si serviva da un gioielliere che aveva negozio in Calle della Mandola. Era un vecchio tifoso della Juventus che in occasione del decimo scudetto della Vecchia Signora, un anno prima, mi aveva fatto dono del distintivo sociale da mettere all’occhiello della giacca. Fu lui  a prenotare i biglietti per me e mio padre. Che, detto per inciso, non aveva passione per il calcio.  Destava che io giocassi al pallone : mi avrebbe voluto ai remi su una jole della Bucintoro“.

Ed invece le cose si predispongono ad andare diversamente, come spesso capita nella vita. E in quella Stagione 1958/1959, partita Juventus – Fiorentina finita 3 – 2 con tripletta di Sivori, Andrea assiste dal vivo al gol considerato a tutti gli effetti uno dei più belli della storia del calcio: “Ricordo che all’improvviso Sivori si è come acceso, forse imbestialito per un fallo di troppo. Prende palla a una ventina metri dalla porta di Albertosi. Ne semina tre come birilli e tira nell’angolo dove il giovane portiere dei toscani non potrebbe arrivare. Ma sulla traiettoria c’è un avversario che respinge di testa. Lui intanto è finito sullo slancio per terra. Si ritrova la sfera su un piede, più disteso di Paolina Borghese. Ma il piede è il sinistro. Quel piede magico che regala sogni. Misteriosamente, da terra la arpiona, la doma, la calcia. La impatta come un virtuoso della stecca, spedendola in porta in mezzo a gambe nemiche, nella rete dove Albertosi può solo raccoglierla“.

La storia del calcio è costellata di incredibili numero 10, da Pelè a Maradona a Messi. Nella Juventus ci sono stati Hansen, Platini, Baggio, Del Piero sino ad arrivare a Dybala: “Ma nessuno ha mai fatto sul campo le giocate di  Sivori – dice Bosco – perchè neppure i più bravi avevano l’arroganza e la sfrontatezza di pensarle. Omar Sivori era un illusionista capace di far piovere monete dal naso degli avversari. Per divertire e soprattutto divertirsi. Un torero che con muleta e spada, ogni domenica prima irrideva e alla fine matava, tra gli “ olè “ del pubblico, il toro, ossia i mediani e i terzini che avevano la sventura di affrontarlo. Sivori giocava per se stesso, ossia la cosa fondamentale era sbeffeggiare il suo avversario, e per arrivare al suo obiettivo faceva falli anche tremendi, era una carogna in campo. In questo molto diverso da Maradona, che considero l’evoluzione di Sivori: Maradona giocava per vincere e per i compagni, Sivori per fare tunnel all’avversario“.

Il volume di Bosco riporta aneddoti divertenti e illuminanti sul personaggio Sivori: Umberto Agnelli, in visita alla squadra, negli spogliatoi, saputo dai veterani che Sivori è in grado di palleggiare ripetutamente con una arancia, lo sfida : “ Se fai dieci palleggi senza farla cadere, ti regalo il mio orologio “. Sivori vince la sfida al cinquantesimo palleggio . Ma solo perché ad arrestarla è lo stesso Agnelli.

L’angelo dalla faccia sporca (soprannome che si è guadagnato, insieme ad Angelillo e Maschio, quando in una partita in Nazionale argentina i tre escono dal campo infangati in viso) è l’emblema di un calcio lontano, che faceva sognare con azzardi e fantasia. Un calcio il cui fascino  si conserva molto più nel racconto, in un libro, che nei rari filmati dell’epoca.

Il calcio di oggi è un fatto fisico, commerciale – afferma Bosco –  penso a Ronaldo che è una macchina, un marchio. Penso a Messi talmente in simbiosi con il Barcellona che la possibilità di un suo allontanamento mette in crisi la squadra. Un tempo il calcio era principalmente una questione di tecnica unita  alla fantasia del singolo interprete. Oggi poi all’orizzonte non si intravedono neppure nuovi Ronaldo, nuovi Messi“.

E, aggiungerei, neppure i geni un pò ribelli e provocatori che sfidano a stinchi nudi, un pò  malandrini ed un pò artisti. Ineguagliabili.


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