A un passo dall’Olimpo, lontani dall’Olimpo. Allegri sfrutta al meglio il potenziale?

Nel calcio è lecito inseguire la vittoria in tutti i modi. Calcio dominante, calcio difensivo, calcio speculativo, calcio guerriglia, nessun approccio è a priori migliore di un altro. Non esiste un metodo che offra più garanzie, ma ciò che è necessario per vincere è sfruttare nel miglior modo possibile il potenziale estremo di una rosa di calciatori, ovvero l’arsenale esteso dei propri campioni e delle loro energie fisiche, del talento tecnico, delle doti umane, in alchimia con l’attitudine al sacrificio, la sapienza e maturità tattica, gli stimoli e la volontà di raggiungere gli obiettivi.

È il potenziale della rosa a determinare lo stile di gioco, così ragiona il saggio.

La domanda che da tempo ossessiona la maggior parte degli juventini – costretti alla schizofrenia dalla Juventus di Massimiliano Allegri quasi vincente e troppo spesso scialba – è dunque proprio questa: l’allenatore che ha assicurato alla Juventus quattro double consecutivi e campagne europee sempre appassionanti, tambureggianti, contraddistinte da episodi sfortunati e sogni infranti agli ultimi secondi, è riuscito nel tempo a sfruttare al meglio il potenziale delle sue rose?

La risposta è complessa e tutt’altro che univoca, ma approfondiamo.

Dall’addio di Conte all’arrivo di Ronaldo, la Juventus è profondamente cambiata. Antonio il duce aveva realizzato un miracolo sportivo, trasformando in macchina da guerra vincente una compagine pavida e insicura, rafforzata da un campione (Pirlo) e molti ottimi giocatori affamati. Ha plasmato giocatori (Vidal), cresciuto fuoriclasse acerbi (Pogba) e portato ognuno dei suoi soldati al 100% del proprio rendimento potenziale. La crescita sportiva, in quell’era lontana, è stata in tutta evidenza il traino della crescita societaria, ben congegnata e completata dal duo Marotta-Paratici: fino a che, anche a causa delle dinamiche di trasformazione del calcio europeo organizzato sulla concentrazione delle risorse (fattori economici + expertise sportiva + storia + bacino di utenza) in pochissime realtà, la Juventus si è trovata a un grande bivio, ovvero dover scegliere senza tentennamenti quale dimensione inseguire. La fascia nobilissima, l’Olimpo del calcio mondiale, la prima fila della griglia, o una seconda fascia famelica, subito dopo i grandissimi club, ma con valori in grado di poter sognare il grande exploit in caso del contemporaneo verificarsi di circostanze favorevoli?

Nel bel mezzo di questa transizione, è arrivato Allegri.

Conte aveva stressato l’ambiente per affrettare l’ultima fase di crescita che giudicava ancora lontana, probabilmente in un eccesso di programmazione razionale e ambizione personale, e l’avvento del suo opposto Max, fatalista e sornione, ha sicuramente consentito che quel processo di crescita necessario continuasse in modo rapido ma progressivo, senza lo strappo netto o il salto triplo in cui sperava il leccese. E soprattutto, Max è riuscito a continuare quel processo continuando a vincere. Per le sue prime tre stagioni, ovvero quando il potenziale della Juventus, seppur ottimo (nettamente il migliore in Italia, ma non da pole position in Europa), non era ancora al suo livello apicale, le cose sono andate indiscutibilmente bene, con i double. Un primo anno da diesel, con partenza a rilento e crescita netta fino a Berlino – con la squadra forse più adatta alla sua idea di gioco – un secondo anno segnato dal mancato rinvio di Evra, un terzo anno segnato dalla “svolta” tattica verso il 4-2-3-1 e dalla cavalcata fino a Cardiff. Fino ad allora, difficile poter individuare nella gestione tecnica un punto debole.

Discorso a parte, invece, meritano le ultime due stagioni, quella passata e la prima metà della Juventus di Cristiano Ronaldo. La Juve audace e capace di mixare al meglio solidità difensiva e manovra armoniosa fino alla finale persa a Cardiff, aveva lasciato sperare in un punto di non ritorno. Come se fosse sedimentata la consapevolezza, in società e guida tecnica, che la definitiva consacrazione nell’Olimpo passasse per l’abbandono di un’idea di calcio speculativa, fondata sulla BBC, sulla limitazione dell’avversario e il morso occasionale, per abbracciare il modello di calcio propositivo e offensivo che negli ultimi anni si è affermato come il più efficace per le grandi squadre nello sfruttare l’enorme tasso tecnico delle proprie rose. Allegri lo aveva fatto? Probabilmente sì, la sua squadra non è mai stata tra quelle con il miglior potenziale ma è stata capace di recuperare il gap con la tattica, l’impostazione, la concentrazione, la capacità di gestirsi, rompere e ferire.

Lo scorso anno, invece, c’è stato, in questo senso, un preoccupante passo indietro, in qualche modo già preannunciato da un mercato confusionario, segnato dall’impoverimento tecnico con la perdita di Bonucci e Alves. È arrivata così la stagione peggiore del ciclo Allegri, con una Juve scialba nella stragrande maggioranza degli impegni e un finale di stagione (fatta eccezione per la finale di Roma contro un debolissimo Milan) contraddistinto da gare (Spal – Crotone – Inter – Napoli – Bologna) da lasciare stupefatti per il grado di inconsistenza. Il double è poi arrivato comunque, per inerzia, e instillando nei tanti juventini vogliosi di barattare l’approccio conservativo e sparagnino troppo spesso issato come vessillo imperiale, il terrore che la grande vittoria di Madrid, del tutto estemporanea e totalmente legata all’approccio mentale inesistente dei madrileni dopo il 3-0 dello Stadium, potesse illudere ancora una volta che l’Olimpo fosse già stato raggiunto.

E invece, ecco Ronaldo. Cancelo. Il ritorno di Bonucci. Il tasso tecnico e il potenziale della rosa lievitano. Ecco lo strappo definitivo, lo sforzo aggiuntivo monstre che avrebbe sognato Antonio Conte, e che ai suoi tempi era impensabile. Una crescita in ambizione che bisogna solo riportare sul campo.

In panchina? L’uomo dei 4 double, ancora una volta. Chiamato, stavolta, a ottimizzare un potenziale quantomeno alla pari con i più forti, e non solo a dover colmare uno svantaggio evidente a colpi di calma, gestione psicologica, gestione di momenti della partita e di episodi favorevoli, ovvero tutto il repertorio di un alchimista calcolatore a cui la dea bendata sorride spesso.

L’inizio, è stato promettente: un cantiere che lascia ben sperare, una crescita visibile mese dopo mese culminata nelle ottime prestazioni in campionato e i picchi di Champions contro il Valencia e il Manchester United, qualche calo comprensibile e l’attesa per l’esplosione di Ronaldo nella seconda parte della stagione. Fino… fino… a quei dannati ultimi 5 minuti. Fino ai gol estemporanei di Mata e Alex Sandro nella propria porta. Da quel momento, come il bullo coraggioso che prende un pugno e resta traumatizzato trasformandosi in un pulcino terrorizzato, la Juventus di Allegri è ritornata al suo copione di successo, come l’attore che raggiunge il successo per il Macbeth e che non cambia mai ruolo per tutta la vita a causa della paura di fallire, per raddoppiare la metafora.

A oggi, e non certo a causa della sconfitta in Coppa Italia, lo sfruttamento massimo del potenziale della rosa sembra lontanissimo, ed ecco la schizofrenia dei tifosi. Tutte vittorie e due pareggi, primo posto nel girone in Europa, Supercoppa Italiana in bacheca. Ma in modo scialbo e mai effervescente, mai emozionante o trascinante. Ancora una volta, un calcio di controllo che dalla metà campo in su si affida solo alle giocate individuali. Giocare in Italia, con l’idea del minimo sforzo possibile e le giocate dei singoli, finisce per essere una tara anche in Champions. Dove, con una rosa così, non serve più giocare da più deboli, non serve approcciare al gioco come se ci fosse un gap da colmare, serve migliorare sé stessi. Perché se migliorare la qualità del gioco non è garanzia di vittoria, tanto meno lo è l’approccio abituale di Allegri.

Questa crescita sul piano della qualità del gioco, non si è mai consolidata come valore. È accaduto, ma a sprazzi. Un fatto evidente che legittima il pensiero dei tantissimi che ritengono Allegri il vero e proprio collo di bottiglia verso la consacrazione nell’Olimpo, dove si gioca per vincere affrontando l’avversario all’arma bianca, non aspettando che si suicidi per una crisi di nervi. Non si inizia a giocare un calcio proattivo efficace per magia, è il frutto di un percorso che poteva iniziare anni fa. Sta ad Allegri, in questo finale di partita, il compito di smentire tutti, e non dovranno essere le eventuali vittorie o le sconfitte l’unico metro di valutazione. Per stare con gli dei, il primo passo e pensare a sé stessi come dei.