Oggi, 5 maggio…

di Juventibus |

 

di Leo Labita

 

Sbufferà, imprecando: maledetta tecnologia, che non perde occasione di ricordarti la data corrente.

Sul display del telefono e in quello dello smartwatch, su ogni singola mail, per non parlare delle notifiche social e delle chat di whatsapp.   Che poi a pensarci bene, quale sia tutto questo bisogno di avere impresso per tutto il giorno, la data corrente, che diamine! Come se non bastasse, ci sono poi quelle mattinate nelle quali, mentre cambi stazione radio in auto, intercetti sempre e solo il giornale orario, che non può che aprirsi con orario e data, ancora lei…

Oggi anzi è ancora lui: il 5 maggio.

Basterà accendere il telefono, sarà sufficiente leggere il primo messaggio ricevuto, per avvertire un lungo brivido su per la schiena, provare un senso di vergogna, ritrovarsi a rivivere un pomeriggio di quindici anni fa, in una sorta di viaggio nel tempo da far invidia a Marty McFly, a bordo della sua delorean.

Sarà una lunga giornata, pronta a trasformarsi in estenuante, che diventerà interminabile, non appena una volta fatta visita sui social, la frequenza dell’immagine che ritrae l’esultanza rabbiosa di Poborsky, sarà seconda sola a quella di babbo natale, durante il mese di dicembre, per non parlare dell’infinita collezione di video che raccontano quel surreale pomeriggio romano (anzi laziale) con il sottofondo della voce di Riccardo Cucchi.

Quel suo quarto gol della Lazio, 28 i minuti di gioco, Simone Inzaghi diventa memorabile, si consegna alla storia per entrare a far parte di quelle frasi, di quei discorsi, che rimangono indelebili, capaci di trasmettere emozioni sin dalla prima parola, come può avvenire nel sentire il celebre “Tornando a casa, troverete i bambini” di papa Giovanni XIII, durante l’indimenticabile discorso della luna del 1962.

Sarà una lunga giornata, anche quest’anno.

Questo interminabile 5 Maggio, spunterà dappertutto: sullo scontrino del caffè, nel timbro usato in ufficio e ben in vista sulla ricevuta del taxi.  Quella coppia di numeri primi, riuscirà a provocare un malessere inspiegabile e a far compiere delle azioni assurde durante ogni singolo giorno dell’anno.

Come prestare attenzione alla data di scadenza riportata dagli alimenti, durante il loro acquisto, al fine di evitare che la stessa coincida con il quinto giorno del mese di Maggio.

Diverse mogli hanno già imparato sulla propria pelle tutto questo, quando dinanzi al proprio sguardo incredulo, hanno visto mariti gettare nel lavandino diverse buste del latte recante la fatidica scadenza, era impensabile che la mattina iniziasse con quella crudele data, non poteva essere un buon giorno.

Si dice che il tempo guarisce le ferite, eppure per il povero interista, pare proprio che il 5 maggio sfugga a questa regola.

Dietro e dentro quel patetico pomeriggio, non si nasconde soltanto uno scudetto perso all’ultima giornata, un fatto che nel calcio, come nello sport, è già accaduto e molto probabilmente si ripeterà in futuro.

Dietro e dentro quel pomeriggio, c’è l’emblema di un’intera tifoseria.

Le ore che precedono quel pomeriggio, marchiano in modo indelebile l’inettitudine di un intero ambiente che per vincere o perlomeno provare a farlo, ha bisogno di chiedere la benevolenza dell’avversario che diventa per l’occasione amico fraterno.

Le ore che susseguono quel pomeriggio, regalerebbero decenni di silenzi e di “mea culpa” a chiunque, se non ci si ritrovasse dinanzi a un popolo che nel proclamarsi vittima è riuscito a vincere attraverso le proprie sconfitte, mascherandole come la conseguenza di complotti e cupole.

Eppure più forte dell’inettitudine, più potente del sintomatico bisogno di sentirsi vittima, c’è la vergogna per quel caldo pomeriggio del 2002, nonostante si cerchi di nasconderla in tutti i modi, nonostante si tenti di prendere forza e coraggio grazie alla scialuppa di calciopoli. Nonostante si tenti di restare a galla tra le onde della prescrizione, aggrappati al timone del triplete che, anno dopo anno, diventa sempre meno leggenda e sempre più condanna.

Perché non c’è forse peggior punizione nel voler sfuggire alla propria storia e al proprio essere.

Il 5 maggio segna in modo indelebile un popolo, quello nerazzurro, che pare sia stato messo lì per garantire qualcosa per cui esultare e provare goduria.

L’Inter diventa per il tifoso Juventino, fondamentale, assume la parte “comica” di ogni coppia, la più debole, la più sfigata.  E’ come Peppino per Totò, come Barrichello per Schumacher, come Tom per Jerry.

Oggi come ieri, ogni giorno, sembra essere il 5 maggio, per un popolo che è andato in campo e sugli spalti, convinto che fosse giusto e sportivo giocare una farsa per poi ritrovarsi in una corrida, perdendo la propria dignità implorando l’avversario.

La sbornia del post calciopoli è stata ormai assorbita, la manna dal cielo è arrivata, ma “madre natura calcistica” ha rimesso tutto in ordine, ricucendo le vesti di giullare di corte, a chi ha ignorato il campo e la netta differenza di valori emersa, indossando indegnamente vesti di colore bianco.

Ritornando, per loro stessa ammissione, a essere “la barzelletta d’Italia”, come messo nero su bianco dalla propria curva nel proprio stadio.

Così se ieri era l’Helsingborg oggi è l’ Hapoel beer sheva, così sotto l’ombrellone assieme a pinne, creme solari e teli di mare, ci si trova sempre uno scudetto, dopo una faraonica campagna acquisti con colpi alla Kondogbia e Gabigol che nulla hanno da invidiare ai Vampeta e Quaresma di un tempo.

A coloro, che hanno visto lo special two in Stramaccioni, Mancini e Pioli.

A coloro, che hanno visto in Felipe Melo, metà Roy Keane e metà Pirlo.

A coloro, che potevano trovare acquirenti soltanto dove di calcio capiscono ben poco.

Diciamo: suvvia, anche questo 5 maggio terminerà e andrà in soffitta, accanto al dvd che celebra il triplete, visto tante di quelle volte, che neanche i film a luci rosse in pieno sviluppo ormonale.

Suvvia, non siate triste, a ciascuno, il proprio ruolo, a ciascuno la propria storia, e se oggi vi va di essere ancora più tristi del solito, lo capiamo, e se oggi vi sentite degli uomini soli, lo comprendiamo.

L’incontri, dove la gente viaggia e va a telefonare, con la maglia celebrativa del triplete sbiadita, perduti nella gazzetta dello sport, nel va e vieni di un allenatore… ma perché ogni estate non ci inventiamo una calciopoli ?”