Odiare se stessi (dialoghi post derby con Juventibus)

di Juventibus |

di Paolo Rossi

Ci sono tante fortune nell’essere tifosi: il divertimento di amare una squadra, il piacere di vivere le partite, l’ammirazione per i gesti tecnici dei campioni che da bambini si provano a imitare e anche quando ormai, a 50 anni, il sogno di un esordio in Serie A è seriamente compromesso, soprattutto perché gli amici sottovalutano il tuo talento e continuano a non passarti la palla quando dovrebbero. C’è anche il bello del confronto con gli altri, vivere la presa in giro per le vittorie e le sconfitte, paragonare le proprie e le altrui sofferenze. Che ci sono sempre e in ogni caso perché questa è proprio l’originalità di questa passione, la portata paradossale dei sentimenti che si porta dietro, puoi tifare Real Madrid o Savona che arriva sempre il fatidico momento all’ottantanovesimo minuto di un incontro in equilibrio, nel quale ti chiedi chi te lo fa fare, non si dovrebbe stare così male, non è umano, non sono io questo qua.

Ebbene, da lunedì sera, in data 21 marzo 2016, ora 19.34, posso dirlo ufficialmente al mio psicanalista preferito, che siete voi di Juventibus (se vi ritenete un sito d’informazione, sappiatelo che io non vi ritengo tale. Voi siete una situazione del tutto meravigliosa e impossibile nella realtà: se scrivo, sono in analisi; se vi leggo, mi fate sentire il dottor Mari di In Treatment. Come se certe risposte che date ve le avessi indotte io con le domande, presuntuoso che non sono altro). Io odio me stesso. So che dovreste esserlo voi a dirlo, in nome del gioco delle parti, messa così sembra una confessione e invece dovremmo arrivare per gradi a un’affermazione così forte. Magari partendo da lontano, ricordi d’infanzia qua e là e certamente inizierei da quell’immagine dello striscione dei distinti che mi colpì subito al Comunale: “Campioni contro tutto e tutti”. Ecco, quel tutto oggi mi appare sempre più onnicomprensivo e so che filosoficamente rischio di avventurarmi in una disquisizione dalla quale non so uscire. So che l’idea di quel tutto mi ha sempre accompagnato, a maggior ragione nelle sconfitte in Europa, con relativi appigli a una specie di maledizione e immediatamente conseguenti sensi di colpa (tieni palla Evra, esci dall’area, tu sei tecnico, tu velocizzi il cronometro. Noooo, perché non l’hai buttata via, potevi pure bucarla, potevi anche prenderla con le mani, sedertici sopra, potevi fare tutto, grande Patrice….). Quel che non potevo mai immaginare è che quel tutto si materializzasse in una sola immagine. Non è una scoperta intellettuale. Ne faccio una questione interiore, di sensazione bruciante. Per la quale ho odiato me stesso. Perché i sentimenti sono cose preziose e io non avrei voluto avvertire cosa ho sentito per due che s’imbavagliano davanti a una telecamera. Per di più, senza che io li stessi guardando. Sono loro che mi spuntano nel telefonino per gentile invio di un amico. Bell’amico. Uno fa tanto per stare lontano da certe compagnie e loro ti sorprendono così, prima di cena.

Mi sarebbe piaciuto avere un’altra reazione. E avevo tutte le carte in regola. Perché quei due – MG e PL – li detesto da sempre, di quel detestare che diventa talmente ricorrente, talmente senza dubbi, talmente tutto per l’appunto (in ogni trasmissione, in ogni circostanza, in ogni argomento, in ogni postura finanche) che trovo fantastico quando poi c’è l’esatto momento in cui si risolve nel nulla. Non è boicottaggio. Trattasi di indifferenza. Una conquista che fai senza yoga e frequentazioni di scuole orientali. Forse è il gusto lieve dell’assuefazione. Perché vederli imbavagliati mi ha tolto da questa condizione obbligandomi anche a pensare? Perciò odio me stesso.

Caro Juventibus, non posso che comunicarti i miei primi pensieri. Di getto, se no non ti considero più psicanalista. Intanto, ho fatto un sogno ad occhi aperti. Non so se sei freudiano o junghiano (spero il secondo, visto che inizia per J), ho sperato di tornare indietro nel tempo e di trovarmi in uno di quei cortei di Lotta Continua dove senz’altro PL si è messo un bavaglio, naturalmente senza indossare giacca e cravatta. E di guardarlo a lungo. Osservarlo fisso, ma così fisso, che avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Io sono l’essere più pacifico del mondo, ho fatto pure il servizio civile. Ma da uno che veniva soprannominato Straccio – sì, proprio così – io il classico “Che ti guardi?” non me lo facevo dire. Non peraltro: imbevuto com’ero di Taxi Driver, avevo la risposta giusta. “Stai dicendo a me?”. E poi, quel che doveva essere sarebbe stato.
Poi, quel che è peggio, mi sono ritrovato in Curva Maratona. E ci stavo bene, il che ha aumentato l’odio verso me stesso in proporzioni macroscopiche. Provavo una grande goduria per il capo degli Ultras Granata che interrompeva improvvisamente un coro contro di noi per dire in maniera solenne: “Questo me lo sbattete via! Con quella voce da Paperino ci rovina!”. E questo era MG e a me scappava un sorriso. Il che, ovviamente, mi denunciava come gobbo e però, il suddetto capo Ultras, mi salvava: “Questo qua invece lo rispetto. Dategli quattro schiaffi, ma per finta”. Un concetto, la finzione, che mi è sempre massimamente piaciuto, soprattutto nelle situazioni difficili.

Ecco, le situazioni difficili. Odio me stesso perché mi sono fatto distrarre. Quella che stiamo vivendo è oggettivamente una situazione difficile. Siamo fuori dalla Champions dopo avere visto i 60 minuti più belli della Juve in una trasferta europea (non ne ricordo di così orgogliosamente sorprendenti). Il Napoli non molla e a certi tipi d’ansia non siamo più abituati, dopo due campionati vinti già a gennaio o poco dopo (ma anche poco prima). Perché mai dovevano disturbarmi di più due vestiti da Carnevale nella settimana di Pasqua?
Escludo subito l’ipotesi più ovvia. Avere sconfitto i cugini con episodi discussi mi ha condizionato l’umore. No, no, non è qui la risposta. Certo, ho dovuto “lavorare” un po’ di più, scoprire che Alex Sandro da ammonire per forza è un ideologismo come il gol di Bonucci irregolare con la Roma di qualche tempo fa, una fesseria che denota solo la mancanza di curiosità nella stampa italiana, che non ha voluto andare a scoprire le decine di mancati cartellini gialli in occasione di calci di rigore, a partire da quello di Molinaro in Genoa-Torino (la memoria breve, si sa, funziona male, soprattutto in Ventura: del resto con un gol in fuorigioco di Immobile sempre in Liguria è riuscito a perdere…). E un po’ la capisco, certa pigrizia. Mi sono avvicinato al regolamento e sulla casistica dei falli la differenza tra negligenza e imprudenza non la so proprio applicare, ma se un arbitro ci riesce va nominato subito giudice della Corte Costituzionale (che tanto ne manca sempre uno, o l’hanno poi eletto?).

La risposta al mio odio è più semplice, è una questione di sguardo. Sta in quello striscione. Rivolto verso il campo. Invece, il tutto sta fuori. In quell’assedio – figurato e reale, nel giorno del derby – che fece a dire a Buffon nel 2006 che non provava più piacere a vincere talmente il clima si era fatto irrespirabile. Lo stesso che ho provato oggi guardando La Gazzetta dello Sport mettere in prima pagina il fotogramma della protesta di Bonucci 48 ore dopo l’accaduto (quello di Alex Sandro che tocca il pallone no, eh?) arrivando al clamoroso autogol di denunciare la propria ininfluenza rispetto alla comunicazione social, più “veloce”. “Il paradosso è il modo migliore per spiegare la “forza” dei nuovi mezzi di comunicazione”, hanno scritto. Pur di tenere vivo il fuoco della polemica. Ma che Leo avesse ecceduto nelle proteste non si era accorto nessuno domenica allo stadio?

Ecco, odio me stesso per avere provato lo stesso desiderio di Massimo Zampini – fatemi tornare al mercoledì del dolore tedesco – con in aggiunta una novità: datemi la Super Lega, se questo mi porterà lontano da loro. Come idea, a me non piace, in via teorica. Amo la storia del calcio con tutta la sua tradizione, i suoi ricorsi, la sua memoria condivisa. Ma se è il prezzo da pagare per liberarci dal tutto, è bene iniziare a pensarci. Perché poi è una bella costruzione da zero, una promessa di grande spettacolo, un contributo anche politico a un’idea di Europa unita che tanto altro non c’è e ne abbiamo bisogno per stare insieme, il calcio fa miracoli quando vuole.
Caro Juventibus, e se la verità fosse che un uomo odia se stesso quando si scopre piccolo-borghese, a guardare ossessivamente un telefonino, come se due vestiti da ladri che stanno nel display glielo volessero rubare? E invece si vive di utopie e da lunedì 21 marzo 2016, ore 19.34, io ne ho una e mi sembra giusto seguirla per amarmi un po’ di più.