Notre Dame de Turin

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Marco Bonomo

In 90 minuti può bruciare una cattedrale che pensavi eterna, immutabile, indistruttibile – anche se forse niente lo è – come in 90 minuti può svanire per l’ennesima volta quello che definire un sogno è ormai riduttivo. La Champions League per la Juventus non sarà mai un semplice obiettivo, il termine ossessione è forse quello che le si addice di più anche se continuando a mentire a se stessa la Nostra Signora – intesa come la Juve nell’insieme e quindi: società, tifosi, giocatori simbolo – si ostina a non volerla definire tale.

Un pensiero pervadeva la mente e turbava il cuore, mentre le fiamme sembravano divorare quel monumento iconico al quale mi lega il sentimento più bastardo di tutti: il rimpianto. Non aver mai visitato Notre Dame, ma amarla comunque per tutta la storia che porta con e dentro di sé e perché in fondo “gotico” lo sono un po’ anch’io; unito al dolore che in ogni caso, quando deciderò di intraprendere quel viaggio a Parigi a lungo rimandato e del quale Notre Dame era la prima su una lista scritta in un post-it, lei non sarà più la stessa.

Ecco, lo stesso pensiero e le stesse sensazioni si sono impossessate di me circa 24 ore dopo: non più davanti ad un canale all news, ma in piedi sul seggiolino di uno stadio collocato ad un po’ di chilometri da Parigi, mentre assistevo ad un rito del calcio. Il rimpianto e la paura che quando (e se) un giorno riusciremo a vincere questa coppa, sarà troppo tardi e sarò io a non essere più lo stesso. Perché sì, da quando siamo tornati ad accarezzarla e sfiorarla, questo è per la prima volta l’anno del rimpianto, quello che non ti fa dormire la notte. L’impotenza mostrata davanti alla recita dell’Ajax può apparire casuale, come il fuoco che ha distrutto la guglia e gran parte del tetto di Notre Dame.

Ma non lo è. “Evviva il Re” era stato il mantra della rimonta con l’Atletico. “Il Re è nudo” è la verità che accompagna questa eliminazione. Non stiamo parlando, però, dello stesso monarca. La Juventus si è arresa per una gestione approssimativa delle sue sconfinate risorse, per la mancanza di un’idea tattica allenata nel tempo – lasciando spazio ad un’improvvisazione e alla “gestione dei momenti” – per l’assenza di identità che ne è derivata. E, a un certo punto, è crollata su se stessa. E un po’ anche noi, con lei. Il rimpianto sta qui. È vero, la Juventus di Allegri (perché di questo stiamo parlando) ha vinto tanto – quasi tutto – e ha dominato in Italia. Ma lo ha fatto perché dannatamente superiore alle altre squadre e si è adagiata su questa superiorità, quando invece avrebbe potuto creare, costruire, ispirare. Un po’ come se fosse la vittoria ad essere magneticamente attratta dalla Juventus per manifesta superiorità.

Cancelo, Dybala, Cuadrado, Douglas Costa, Bentancur, Pjanic, Ronaldo, Bernardeschi, Kean, Spinazzola, Alex Sandro, Bonucci – per limitarmi a giocatori “tecnici” – sono peggio di De Jong, De Ligt, Veltman, Tadic, Neres, Mazraoui, Sinkgraven, Van de Beek, Ziyech, Blind, Tagliafico? No. Ma i secondi giocano (per)seguendo un’idea, senza pensare a gestire o ad approfittare dei momenti: non sono lo scolaro – magari anche brillante, ma furbo – che non studia e poi cerca di copiare alla verifica, spesso riuscendoci, ma uno studente modello che ha fatto della costanza, del metodo e dell’organizzazione la sua forza.

La Juventus ieri è crollata, ma non del tutto. La struttura della Notre Dame ha resistito. E dunque verrà ricostruita seppur non dalle fondamenta, resa più forte e resistente alle intemperie; ma per gli incendi apparentemente imprevedibili serve un cambio di visione: tutti noi vogliamo una Notre Dame fedele a se stessa, ma che sappia guardare anche al futuro. E il futuro è poter competere, ancora, per realizzare quel sogno. Dopo 8 scudetti è arrivato il momento di rischiare un po’, di abbandonare la propria comfort-zone e regalarsi una nuova identità. Un’identità da mostrare orgogliosi quando qualcuno più forte di noi ci batterà – perché succederà – ma la stessa identità che potrà portarci lassù in cima dove manchiamo da troppo tempo. Perché un giorno si possa dire che Notre Dame guarda tutti nuovamente dall’alto e che tutti si ricorderanno di lei non solo perché ha vinto, ma perché ha instillato il seme e l’emozione della bellezza.


 

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