Note a margine

di Claudio Pellecchia |

Il diavolo (o la Dea) non è poi così brutto come lo si dipinge. L’1-3 del Chelsea a casa Guardiola e la riproposizione del rombo, fil rouge che unisce Palermo e Lione (in casa), le nostre due peggiori partite stagionali (Genova fuori concorso, per ovvi motivi), mi avevano preparato al peggio e al #moriremotutti definitivo.

E invece è andata talmente bene che qualsiasi approfondimento risulta superfluo. Quel che è stato oggi lo avete visto tutti. Giusto un paio di note a margine:

  • Conviene che agli avversari spieghino bene il significato di “scansarsi”. Quel “parola più, parola meno” ha generato confusione nei cari sottoposti: stasera Mandzukic si è portato a casa un segno tangibile dell’accondiscendenza di Gomez, mentre con Alves sono stati talmente ossequiosi che si son presi la tibia intera. Ma il fallo, ricordiamolo, era suo;
  • Per la prima volta volevo/volevamo i tre punti e sticazzi della prestazione, sono arrivati i primi al termine della miglior gara della stagione. Ok, mi/ci trollano;
  • Quindi a quattro dietro si può giocare senza rischiare l’imbarcata. Quindi la coperta di Linus del 3-5-2 potrebbe essere non più tale. Quindi sappiamo mascherare i nostri difetti strutturali. Quindi condizionale d’obbligo. Ovviamente;
  • MARIO MANDZUKIC;
  • Pjanic, per 60 minuti, è quel che dovrebbe sempre essere. Poi torna quel che è oggi. Ma vedo la luce in fondo al tunnel;
  •  Gonzalo ti basta un gol, uno solo. Poi…;
  • Bene Sturaro (contrariamente alle mie previsioni);
  • Benissimo Rugani (il gol è l’ultima cosa);
  • Gargantuesco Alex Sandro;
  • Gol del 3-1 che ti ricorda che nulla è stato fatto e tutto è ancora da fare. E che tutto è ancora (molto) perfettibile;

Azzerare e ripartire. Come e più di quanto fatto dopo Genova, perché mala tempora currunt sed peiora parantur. Ma non posso fare a meno di chiedermi perché non sia sempre così come stasera. Visto che, a quanto pare, siamo in grado di fare in modo di rendere superflua qualsiasi discorso oltre il novantesimo. Se vogliamo.

Ecco, forse il problema è tutto in quel “se”.