Il nostro Emre Can

di Luca Momblano |

Emre Can ha firmato e per la Juventus è una grande notizia. Inutile girarci intorno, in attesa di una presentazione annunciata nel sottobosco come in grande stile (insomma, la società ritiene di aver fatto un gran colpo), migliaia di juventini volevano a questo punto a tutti i costi il tedesco perché ci hanno già ricamato intorno ogni genere di (legittima, ma indotta da fastidiosi deja-vu) fantasia: Emre Can contiene molto di strategico, da qualsiasi parte lo si provi a guardare.

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Lato finanziario: può sembrare riduttivo partire da qui, trattandosi pur sempre principalmente di calcio giocato, undici contro undici, rendimento tecnico e tutto ciò che si muove intorno a un campo da gioco. Chiaramente l’acquisizione gergalmente a parametro zero, da svincolato, senza costi di cartellino, è inevitabilmente al centro della strategia Juve nell’economia del proprio stare al mondo, là in alto, nel calcio europeo. Emre Can ha 24 anni appena compiuti, e allora tutto fa più notizia, vale doppio, diciamo che colpisce non poco anche l’opinione pubblica degli addetti ai lavori (che ormai comprende a malavoglia anche una certa tipologia di tifosi). Ha scelto la Juve e si dice, da fonti consistenti, abbia rifiutato l’aprogettualità del Psg. Ha aspettato il Real Madrid, legittimamente, che lo ha però soltanto annusato. Ha rotto con il Liverpool. Ha esultato al gol di Higuain contro l’Inter. Questo, però, è il lato umano. L’impatto resta quello di un calciatore pronto a fare il titolarissimo a quasi 6 milioni di euro a stagione bonus inclusi e clausola esclusa. Con, attenzione attenzione, oltre 20 milioni di euro di commissioni (premio alla firma?) che secondo presunti bene informati sarebbero l’obolo reale che la Juventus accetta di riconoscere in cambio dell’uomo giusto al momento giusto al posto giusto. Perché ciò che si spende da una parte permette di risparmiare e/ veicolare ancora meglio altrove in un’estate che si promette tra le più calde e interessanti della gestione Andrea Agnelli.

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Lato concettuale:O Emre Can o Pogba“, a un certo punto dalla Torino che conta è arrivato anche questo (simbolico?) messaggio. Cosa sta a significare? Cosa c’entrano l’uno con l’altro? Perché nominare un cavallone, in tutti i sensi ovvero anche un maremoto di mercato, come l’ex numero dieci bianconero? E’ evidente che non si tratta di un bivio tattico e neppure di una comparazione strettamente calcistica. La prospettiva è, appunto, concettuale. Ovvero di quanto pregnante viene ritenuta l’acquisizione del mediano di origini turche, del valore assoluto (dimensionato al ruolo) che viene attribuito al calciatore, della sua specificità nello scegliere poi ciò che gravita intorno. Non chiediamocelo, se nonostante tutto state pensando ancora a Pogba: è palese che sul campo uno potrebbe esaltare l’altro, ma non è questo il punto. C’è l’anagrafe, la voglia di essere un numero uno, ovvero uno che vuole sentirsi importante facendo cose importanti che vuol quindi sentirsi dire quanto è importante.

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Lato tecnico: tra Nemanja Matic e Sami Khedira, distillato dei desideri (anche) di Massimiliano Allegri. Questo dovrebbe essere il nostro Emre Can, visto tra il suo ultimo stadio e il suo prossimo stadio. Del serbo (primo vero di Max) possiede la statura di chi non teme di fare da architrave della squadra, meno votato al palleggio puro, corto e lungo, più animalesco nell’affondare il contrasto e comunque giocatore da 60 palloni a partita. Del suo connazionale in bianconero, cui sarebbe idealmente il clone, ha la sgambata verticale e la strana voglia degli ultimi 30 metri. Rispetto a Khedira è però più tuttocampista, più spigoloso, meno esperto e quindi meno intelligente (o furbo). Se Sami è un quadrato, Can è un parallelepipedo laddove Matic è il cerchio centrale, non un metro in più non un metro in meno. Tutti e tre, in qualche modo, sono anche passati dagli impieghi del centrale difensivo. Questo perché sono calciatori che il calcio lo guardano da dietro, e quindi lo leggono e lo indicano. Nel caso del centrocampista del Liverpool lo aggrediscono pure, la chiave è quindi mantenere lucidità qualunque sia il ruolo specifico sul campo. Mica poco. Ecco perché al nostro Emre Can verrà chiesto di trasformarsi fin nel mostro Emre Can: fare tutto, farlo subito e farlo bene…