Se non vi piace, è un buon segno

di Willy Signori |

Non si è mai abbastanza preparati al cambiamento, specie quando non sei tu a volerlo.
La sindrome è quella della scarpa vecchia, le cose di ieri sono comode perché d’abitudine, perché abbiamo imparato a conoscerne il perimetro e a muoverci bene al suo interno.
Il cambiamento all’inizio è sempre scomodo anche quando necessario, talvolta doloroso. Nelle piccole e nelle grandi cose; provate a cambiare l’ordine naturale con cui incrociate le dita tenendo le mani quasi a preghiera. Non cambia nulla eppure cambia tutto e tu lo senti.

Il logo della Juve cambia, ed è un segnale che porta con sé significati più grandi del semplice restyling di un marchio, come un portone cambiato in una casa in restauro: c’è un mondo dietro.
È il segno che tutto o molto sta cambiando, che è ripresa quell’opera bruscamente interrotta 10 anni fa di passaggio della Juve da vagone a locomotiva diretta verso il futuro, verso una nuova concezione di cos’è una società e una squadra di calcio.
Questo cambio potrebbe segnare un solco ancora più netto col resto d’Italia e un gancio con l’Europa, come lo fu per lo stadio. Curioso; un’opera architettonica, prettamente materiale e un marchio, un disegno, totalmente immateriale… 2 cose così lontane ma molto vicine guidare dallo stesso obbiettivo.

Dicevamo locomotiva e non vagone, non più: a guidarla c’è chi è riuscito in un miracolo sportivo ancora più grande dei 5 scudetti, Andrea Agnelli. Uno che sembra venuto dal futuro, specie quando si confronta coi giornalisti, che la sua lingua non la capiscono.
Eppure ne parlava quasi 11 anni fa anche Giraudo (perché le rivoluzioni partono sempre da lontano) quando faceva riferimento alla creazione di un “piano industriale che doveva portare ricavi aggiuntivi attraverso investimenti mirati” al fine di “creare risorse permanenti che permettano alla Juventus non solo di finanziarsi al suo interno nel tempo, grazie al formidabile marchio commerciale che rappresenta, ma di avere una squadra sempre più forte e di livello mondiale”. Una società-azienda a tutti gli effetti.
Per capire quanto fosse proteso nel futuro quel disegno vi consiglio di leggere l’intervista per intero, perché è l’esatta profezia di quello che sta accadendo oggi. (link)
La Juventus vuole diventare molto di più di una squadra di calcio. Vuole essere un marchio che abbraccia molti settori, da quello editoriale, al commerciale passando per il mediatico.
Il marchio è solo la pillola rossa di Matrix, un piccolo varco, oltrepassato il quale si va a scoprire quanto “è profonda la tana del Bianconiglio”.
C’è da fidarsi in ogni caso; scegliere la pillola blu significherebbe rimanere indietro.
A noi di Juventibus (chi scrive e chi legge, siamo sempre “noi”) il compito di seguire col nostro pullman immaginario le avventure di questa squadra straordinaria che amiamo sempre di più. Seguire appunto, non guidare.
Perché chi guida è capace, sa cosa fare e come farlo, sa come innovarsi, che è la cosa più importante oggi.

E siccome ogni cambiamento o stravolgimento porta scompiglio, spariglia le carte come un Dybala sano lasciato in panchina, se il nuovo logo non ci piace (e il primo impatto è stato, almeno per me “ma che schifo!”) è buon segno.
Non ci deve piacere, perché ci deve sorprendere, perché dev’essere il contrario di quello che ci aspettavamo. Perché deve rispondere ad esigenze che non sapevamo di avere.
Come tutte le novità che prima ti lasciano perplesso e poi ti conquistano.