Se non siamo più innamorati dello Stadium

di Valeria Arena |

scontento

Quanto dura in media il periodo dell’innamoramento?

Nove mesi? Un anno? Un anno e mezzo, a voler esagerare?

Qual è il momento esatto in cui la scintilla si spegne e si ritorna gradualmente alla cocente normalità? Per anni abbiamo chiamato Effetto Stadium quella sensazione disarmante ai danni dell’avversario di non poter nulla di fronte a una bolgia bianconera che ha finalmente trovato una casa, complice il fatto di essere stati, ed essere tutt’ora, l’unica grande squadra italiana con uno stadio di proprietà.

Non a caso, la striscia consecutiva di scudetti vinti dura al momento quanto gli anni di vita dello Juventus Stadium, la cui presenza, numeri alle mani, è stata fondamentale per una cavalcata che a tratti è sembrata inarrestabile. Le lune di miele, però, hanno una data di scadenza e anche se in questo caso il periodo di infatuazione tra tifosi e stadio ha demolito qualunque statistica, il rapporto si è visibilmente ridimensionato. Così, senza avvisare, perché come diceva un grande saggio, le epoche si chiudono all’improvviso.

Ci sono due elementi da prendere in considerazione e il primo sono i numeri, che come leggi e rileggi, giri e rigiri, hanno sempre qualcosa di straordinario, come i 12 mesi di imbattibilità in trasferta relativi al 2018. Partite, vittorie, qualche volte inutili, e prestazioni che farebbero tanto sorridere se non ci venisse immediatamente in mente che i corrispettivi casalinghi hanno spesso assunto la forma di un film horror, tranne per la rovesciata di Ronaldo, che però a oggi vale come enorme senno di poi. Madrid, Londra e Napoli, solo per citare gli esempi più eclatanti. Lo scorso anno, quindi, era già abbastanza evidente come l’Effetto Stadium stesse già esaurendo i suoi colpi. Per carità, abbiamo collezionato sempre numeri enormi, ma il timore che ha preceduto la sua fama, soprattutto in Italia, ha lasciato il passo ad altro, a una sensazione di fine se è difficile da spiegare. Quand’è, se è successo, che è iniziato questa sorta di disinnamoramento? Quand’è che varcare quelle porte è diventato tutto sommato normale? Quand’è che abbiamo smesso di tifare con la stessa foga con cui lo fanno gli altri? Quand’è che abbiamo iniziato a dare speranza agli avversari?

È qui che entra in ballo il secondo elemento, il tifo.

Vero, i tifosi avversari hanno sempre messo la freccia e superatoci in coreografie, cori e partecipazioni, ma questo non è mai stato un problema rilevante, ancor meno adesso, tanto che venire allo Stadium era ed è comunque motivo di inquietudine e ansia, nonostante striscioni e festeggiamenti meno belli, fatiscenti ed esplosivi.

Sabato sera, però, durante Juventus-Parma, in un seggiolino a solo mezzo metro dalla Curva Sud, ho avuto la conferma a un sospetto che da tempo mi aleggiava in testa davanti alla tv: l’infatuazione è finita ed è subentrata la routine. Tutto sempre bello, bellissimo, per carità, ma tifare si è trasformato in ordinaria amministrazione, pure nei momenti più complicati, quelli in cui la paura ti spinge a intimidire gli avversari, a ricordargli che in fondo sono loro gli ospiti e che siamo noi quelli che sappiamo se le forchette vanno nel secondo e non nel primo cassetto.

Attenzione, niente di preoccupante o drammatico, solo che a oggi lo Stadium è meno fortezza quasi espugnabile di qualche anno fa e il fatto che una squadra come Parma sia riuscita a rosicchiare un punticino, rimontando un 3-1, fa decisamente più impressione di una tranvata in pieno volto presa dal Real Madrid, che comunque come la metti sempre tranvata rimane.

È semplicemente finita la luna di miele, com’era facile pronosticare, ed è iniziata una nuova fase, una fase in cui si lascia qualche speranza in più agli avversari, contando di lasciargli solo quella.

Finimmo prima che lui ci finisse
perché quel nostro amore non avesse fine