Non siamo Infinito

di Vincenzo Ricchiuti |

La partita, una merda. Sembrava la Juve di Spalletti. Una imitazione cioè dei peggiori stereotipi in voga tra i perdenti. Squadra slabbrata, giovanilistica, fatua. Destinata a soccombere dinanzi progetti troppo grandi per essere adulti. Ensemble di ninni col fiato però da vecchi. Una propensione al suicidio spiccata come se anziché a capo della Serie A fossimo tutti in cameretta. Manie di grandezza da sedicenne che cambia il mondo davanti i cancelli di una scuola e urla e arranca e non sa cazzo dire mentre c’è chi suona la campanella e si fa ascoltare in un baleno. Esibizionismo da tredicenne in mutande allo specchio che fa Madonna o il Real Madrid. Squadra col solito condominio di stelle che mostra tutto ciò che c’è da sapere della vita: niente dura, per cui durare è arte e finire è vita. Bisognava conservare meglio le energie. Non siamo Infinito. Abbiamo il dovere di non considerarlo una colpa. E’ facile. E’ come in quella lagna di Rino Gaetano: il cielo cioè il punto più in alto, quello dove siamo noi, è sempre uguale a se stesso anzi di più. Non ti stanca pur rimanendo sempre uguale anzi. Poi c’è chi lo guarda bene, chi porta gli occhiali. Chi lo apprezza così com’è perché lo vede. E chi invece guardando altro va sotto un treno. Qualcosa del genere s’è provato a prendere la domenica di Udine. Una cosa tipo torte in faccia da una squadretta tutto sommato di capitati per caso. Una fabbrichetta di buone intenzioni, i locali, innervata da buone gambe e decisa a menare quelle 4 Winx di passaggio.

Noi d’altra parte siamo esausti. Giochiamo sempre al massimo. Tutti gli attaccanti, tutti in attacco, tutti felici. Pure il pubblico e la critica fanno la loro rincoglionita ed hawaiana parte. Dico, manca come il sole un mastino, un coso, pure un birillo andava bene dalle parti del centro del campo. Ma niente. Come un sol animatore da villaggi in coro vogliono il quinto o sesto non ricordo ragazzo d’attacco. Dentro Piazza nel dubbio non si sia capito che ci siamo imbruttiti in questa ricerca della felicità. Di consenso. Di perché siamo primi quando possiamo essere tutto. Anche il nostro unico nemico. Mancava poco e Allegri fa entrare Rincon per Dybala. Giù il peso di tutta questa tristezza da festa di compleanno non riuscita sui nostri coglioni. I juventini ini ancora col cappello a punta da bambino grasso che vuole fare amicizia strepitano come nei peggiori diari col lucchetto. Le loro frasi da prima elementare, i loro cuoricini infranti verso un sogno di talco e Cioè. Le loro aggressive rivendicazioni al mondo libero e crudele, loro che avere un posto e le chiavi per chiuderlo agli altri non basta più, Noi siamo Infinito e usciamo fuori da casa mia. Le lettere al Direttore quando chi dirige è loro, o alla mamma quando si son fatti da sé. Lo stare sulla panchina, quella di Allegri, pensando poesia e facendo adolescenza credendosi Rimbaud. Quello che preferiva le maledizioni, non quello che si limitava a successi e schiavi.