Per quel che non siamo adesso

di Simone Navarra |

Le soluzioni non sono mai lontano, ma vicino. Anche molto vicino. La Juventus femminile andava male in Europa. In Italia sapeva imporre e dominare, ma in Coppa non riusciva a fare bene. Poi è arrivato un allenatore australiano come Joe Montemurro per provare a fare qualcosa di diverso. E per il momento l’esperimento sta riuscendo in pieno. Nella formazione principale, quella di Dybala e Bonucci, Chiesa e De Ligt, invece dopo l’epopea di Conte e Allegri si è scelto ancora italiano, prima con Sarri e poi con Pirlo. Quindi si è tornati indietro ad Allegri, sperando nell’incantesimo. Ed allo stato la ciambella presenta troppi buchi per essere mangiabile. Dopo una eliminazione in coppa è meglio non decidere nulla, diceva un vecchio e indimenticabile presidente.

Eppure viene voglia, da tifoso che non conosce e poco ha voglia di riflettere dopo l’ennesima batosta, di mandare un messaggio chiaro. Alla squadra ed all’esterno. Un po’ come quando si sentono le grida venire dallo spogliatoio. Non servono quasi mai a nulla. Sia per chi le ha sentite direttamente che per il racconto che se ne può fare. Però certe volte danno soddisfazione. E’ una catarsi che dovrebbe tacitare ex giocatori a contratto di questa o quella tv, dirigenti inetti per aver tagliato il settore giovanile, commentatori saccenti. In genere il colpo fallisce e dopo alcuni giorni tutto torna come prima. Quando Zaccheroni fu chiamato al capezzale della Juve gli fu chiesto di fare ordine e spiegare quel che si poteva fare in futuro. Del Neri che ne prese il testimone impostò la semplicità, il gioco lineare e atletico. Il percorso fu completato da chi sappiamo.

Adesso, ma già alcuni anni fa, la Juventus sembra sul trampolino per spiccare il volo ma con i vestiti più sbagliati. Per questo avrebbe un senso affidarsi ad un allenatore che viene da lontano, che non conosce le nostre piccole cose italiane e ha voglia di imporre, di definire una prospettiva. Chiedendo anche scelte difficili, ma che possono avere un senso. Perché alla lunga non ha funzionato la Babele di giocatori stranieri. Perché da tempo non si riesce a riconoscere la squadra che era prima. Gli ultimi bilanci hanno suggerito solo di cambiare il torneo continentale nella sua interezza? Il tracollo, pare previsto, in borsa dopo l’aumento di capitale cosa significa?

Ad Istanbul, anni fa, in mezzo ad una notte fredda e perdente si decise di fare quadrato attorno a chi ci aveva portato sino a lì. Sicuri che si stava aprendo una strada. Anche se poi l’eliminazione in Europa League, con finale a Torino, costò moltissimo. La sensazione è che a giugno si assisterà ad una nuova nuova rifondazione. Alcune parole degli ex idoli di un tempo indicano che questa ipotesi prende sempre più campo. Nel gioco dei se e forse, bisogna ammettere che se la società, il presidente, avesse scelto di chinare la testa la situazione oggi sarebbe molto diversa da un ottavo posto in classifica e da un 4-0 subito a Londra.

Alcuni ripetono che tutto dipende da una sentenza che verrà emessa e riguarderà la Superlega. Nessuno però mi può togliere dalla mente che se venisse riscritta la storia per la vicenda umana e professionale di Giraudo e Moggi, con una sentenza capace di comprenderne i diritti negati, calpestati, stracciati, molte sarebbero le cose che potrebbero cambiare. In fondo anche nelle favole c’è un giudice che da qualche parte riconosce la ragione.