DAI LETTORI – Questa Champions non è solo questione d’esistenza

di Juventibus |

champions league trophy

Sono passati 21 anni (ventuno!) dall’ultima volta in cui la Juventus ha sollevato al cielo la coppa dalle grandi orecchie. Di quella magica notte di Roma, io che di anni ne ho appena ventiquattro, ricordo poco o nulla. Appartengo a quella generazione di tifosi cresciuti nella convinzione che l’affascinante competizione denominata “Champions League” rappresentasse per la nostra squadra un obiettivo irraggiungibile, un trofeo maledetto, l’oggetto per qualche assurdo motivo proibito di un desiderio malsano di cui, in fondo, quasi ci dovremmo vergognare.
Così è perché così è sempre stato.
Perché non dimenticherò mai l’anno in cui mi fu regalato il mio primo gioco di calcio per la Nintendo 64 e quella dannata sera nella quale per qualche futile ed insignificante motivo ero arrabbiato con mio padre. Per fargli un dispetto pensai per un attimo di tifare i Red Devils, salvo poi piangere per il dispiacere dopo che lo United ci aveva rimontato. Era la dannata sera della semifinale di ritorno del 21 Aprile a Torino e la mia storia sportiva europea già era indelebilmente segnata. Rigiocai quella partita decine di volte a Fifa 98, ogni volta sperando ingenuamente che potesse servire a qualcosa. Eppure così non è stato.
Non dimenticherò mai, poi, nemmeno quella maledetta notte del 28 maggio del 2003, con quell’assurda telecronaca così dannatamente faziosa che incitava gli spettatori ad acquistare l’indomani una copia di “Controcampo” mentre Sheva-goal ci rispediva negli abissi dell’ordinarietà nazionale.
Perché non dimenticherò mai il 2006, il gol di Del Piero al “San Nicola” di Bari, la festa scudetto, la condanna all’inferno della B e quegli “ecco perché in Europa non vincete mai”.

Ecco. Perché in Europa non vinciamo mai?
La risposta che banalmente ho sempre dato a questa domanda è molto semplice. Per la Juventus, per i suoi calciatori, per i suoi dirigenti, per i suoi dipendenti, per i suoi tifosi, ogni volta che si accendono i riflettori della Coppa dei Campioni e che nello stadio risuona la melodia ispirata allo “Zadok the Priest” di Händel (inno che prima di diventare bene comune di ogni appassionato pallonaro fu di appannaggio ed uso esclusivo delle cerimonie di incoronazione dei regali d’Inghilterra) quella che sta per iniziare per noi non diventa più una semplice partita di pallone ma si trasforma incredibilmente in una mera questione di esistenza.

Non è vero che la maledizione della Champions non esiste. Esiste eccome. E non consiste in nient’altro che nel dover dimostrare, ogni singola volta, di meritare il privilegio del poter calcare il palcoscenico internazionale. Questo fatto, che per altri club è spesso dato per scontato, per noi non lo è. Non voglio nemmeno osare fare paragoni con squadre come il Real Madrid o, perché no, come il Milan. Squadre, queste, che il DNA europeo lo hanno nel sangue e la cui partecipazione a certi livelli di certe competizioni viene considerata dal grande pubblico come un fatto assodato.
Per verificare quanto sto dicendo non vi chiedo di guardare a loro, ma vi invito a pensare al nostro ultimo avversario. Quel Monaco, bello – eccetto che per qualche sfumatura torinista – e sfrontato, che ha vissuto questa sua ultima avventura in Champions con la follia e lo sprezzo di chi non ha nulla da perdere.
Per la Juventus non è mai stato così. Ogni volta che stiamo per scendere in campo in una partita internazionale ci giochiamo la faccia e la domanda è sempre la stessa: chissà se la Vecchia Signora è all’altezza delle grandi del calcio mondiale.

Passi la (nuova) prima volta, quattro anni fa, a Monaco di Baviera. Nonostante avessimo già archiviato ai gironi la pratica Chelsea -campione d’Europa in carica-, porsi qualche interrogativo tutto sommato poteva anche essere legittimo (“ci siamo pur sempre presentati all’Allianz Arena con la coppia d’attacco Quagliarella-Matri!”).
Passi la neve di Istanbul. Quello spareggio giocato in due giorni col campo spazzato solo a metà.
Passi persino la finale numero otto di due stagioni fa. La nottataccia di Berlino contro la squadra più forte degli ultimi vent’anni – vent’anni, naturalmente, se non si tiene conto di quelle episodiche due settimane in cui sono stati disputati gli ultimi quarti di Coppa e durante le quali Messi è diventato un brocco, Suarez un sopravvalutato e Neymar nulla più che una bella promessa -.
Passi tutto questo e va bene. Pur volendo giustificare l’ingiustificabile, tuttavia, trovo a dir poco allucinante il fatto che ancora la scorsa stagione – dopo una finale di Champions giocata a testa alta – una volta incontrato il Bayern agli ottavi sia stata riproposta la solita canzone da parte di media, opinione pubblica ed ambienti affini. “Speriamo che il calcio italiano non faccia una figuraccia”. “Chissà se la Juve sarà in grado di affrontare il Bayern”. “Speriamo che la Vecchia Signora non prenda un’imbarcata”.

Quest’anno, però, è diverso. Credo che la maledizione che ci portiamo dietro sia già stata spezzata, e credo proprio che se ne stiano rendendo conto tutti.  L’ho visto negli occhi di Gigi, nella classe di Mire, nelle galoppate di Marione. Nella geniale intuizione del Mister di mettere tutta la qualità in campo, di avvicinarla al cuore del gioco e di chiederle di sporcarsi le mani, ma senza perdere mai di eleganza. Come quei gentleman a fine serata che non hanno la minima intenzione di allentare il nodo della cravatta.
L’ho visto nei piedi di Dybala ed in quel suo tocco di palla che racchiude in sé tutta la storia del calcio argentino. L’ho visto nei colpi di tacco di Dani, nella fame di vittorie di Higuain, nella gioventù di Sandro. L’ho visto nella nobiltà di pensiero del Principino, che più di tutti meriterebbe di giocare la Finale. L’ho visto, infine, nell’incredibile dignità di quei tre lì dietro, che incarnano alla perfezione i valori operai sui quali ogni trionfo della Juventus è sempre stato fondato.
Insomma amici Juventini, non abbiate paura. Perché quest’anno non v’è più nulla da dimostrare (e dunque da temere). La maledizione si è dissolta. Non è un caso, infatti, che a Cardiff affronteremo l’unica altra squadra che ha il nostro stesso lignaggio. L’unica squadra, cioè, contro la quale sfatare un tabù assumerebbe i tratti di un’impresa leggendaria. Perché se non abbiamo più nulla da dimostrare allora vuol dire che il 3 giugno l’unica cosa di cui dovremo preoccuparci dovrà essere soltanto quella di vincere. E, se ci pensate bene, vincere è la cosa che sappiamo fare meglio.

 

Di Piervincenzo Lapenna