Non fa male (stavolta)

di Mike Fusco |

Dal 3 giugno al 3 aprile. Sono passati esattamente 10 mesi da una disfatta in finale presa che più male non si può.
Una partita che doveva essere la celebrazione di una cavalcata juventusiasmante per la quale avevamo rinunciato ad ogni tipo di festeggiamento per Scudetto e Coppa Italia e che invece ci aveva irrimediabilmente rovinato un’ intera estate lasciando molti dei nostri con quell’ odio tipico di chi non sa accettare la sconfitta e cosa ancora più grave, non riconosce ai ragazzi, all’ allenatore e alla società gli enormi meriti.

Stavolta no. Stavolta è diverso. Non fa male.
Probabilmente sarà l’ uscita dalla Champions League meno dolorosa dell’ intera gestione Allegri, perchè finalmente consapevoli (non rassegnati) che quando si incontrano i Top al Top e focalizzati su un unico obiettivo è veramente difficile riuscire a spuntarla.
E poi, paradossalmente, la peggiore sconfitta della Juve allo Stadium avviene in una serata dove, rapportata al valore dell’ avversario, i nostri hanno sfoderato una prestazione di altissimo livello.
A caldissimo, nella nostra ricerca del capro espiatorio ce la possiamo prendere con l’ arbitro, con la malasorte, con l’ età della BBC, con Dybala, con Higuain, con Alex Sandro e addirittura con Douglas Costa salvo poi, a freddo ma neanche tanto, ammettere semplicemente che nel 99% dei casi nel calcio vince il più forte, senza troppi panegirici e alchimie tattiche.

Sì, i più forti sono loro.

Capaci già nell’ impresa di vincere 2 Champions consecutive e proiettati mentalmente SOLO verso la terza.
Uno squadrone senza senso in cui, ad esempio, il tanto vituperato Benzema, che in ogni luogo calcistico del pianeta sarebbe venerato come un implacabile divinità del gol, viene sacrificato a fare il portaborse di CR7.
Uno squadrone senza tempo che ben ricordava, per sette undicesimi, l’ impresa miracolosa con la quale 3 anni fa li eliminammo (unica squadra ad averlo fatto nell’ attuale lustro) e che era la stessa, identica che ha ripetuto la lezione sul “come si vince”, a dispetto degli esteti del “come si gioca”, impartita a Cardiff.
Uno squadrone senza paura, ma non di perdere,  bensì di vincere. Quella che invece sembriamo avere noi che la stiamo prendendo troppo come un’ ossessione, una maledizione, senza goderci le sfide epiche che ci vedono PROTAGONISTI. Anche nella parte degli sconfitti, come martedì sera.

Noi invece, alla ricerca della felicità abbiamo sacrificato sull’ altare di questa ossessione tanti, forse troppi alfieri; se quella Juve che li eliminò poteva contare su Vidal, Pirlo, Tevez, Pogba, Morata, Bonucci, portando in dote rispetto ad allora solo la BBC un po’ più “esperta”, la Juve di martedì rispetto a quella di Cardiff aveva 7 elementi in comune. Il problema è che probabilmente negli altri 4 non c’è stato l’ upgrade capace di colmare o almeno cercare di farlo, il divario.
Anzi nonostante il gioco si è avuta la sensazione che il gap tecnico ma soprattutto caratteriale, psicologico, sia nettamente aumentato. De Sciglio per Bonucci; Asamoah per l’ Alex Sandro vero; Alex Sandro falso per Mandzukic; Costa per Alves; Bentancur per Pjanic.
Non va buttata la croce su di loro però, considerando che anche i superstiti avevano una bella scimmia spagnola sulle spalle da far scendere; sembrava tanto quei gruppi di auto-aiuto in cui poi alla fine nessuno esce mai dal proprio problema.

Abbiamo passato l’ estate tormentandoci e criticando anche il fatto che Allegri non si fosse imposto per un mercato che poco aggiungeva alla qualità dei rincalzi nel settore nevralgico del campo, dove ci annientarono in terra gallese. Si diceva che girarsi e trovare in panca Sturaro, Lemina e Rincon fosse deprimente per il livello cui era arrivata la Juve; ad oggi la stessa occhiata il mister la pone sul solito Sturaro, su un Marchisio ormai inspiegabilmente (per noi) messo ai margini e su un Bentancur che sembra avere stoffa ma si è incolpevolmente imbattuto nelle 2 debacle stagionali comminateci dalle spagnole.

Ed è da qui che dobbiamo ripartire, dal cuore della squadra, magari con un investimento pesante oltre alla solita marottata. Ripartire però stavolta senza guardarci indietro.
Bisognerà lasciare le paure e i rimpianti a Berlino, a Monaco, a Cardiff e, almeno per uno che questi rimpianti se li porterà a vita, a Manchester.
Ripartire non dalle sue lacrime che, nell’ anno dell’ addio, sono quelle di chi ha segnato un’ era ed è sicuramente il miglior portiere della storia, ma dalle lacrime di un bambino che in pochi ricorderanno: quelle del figlio di John Elkann.

A Leone il padre e lo zio avevano promesso di riprovarci, magari anche subito.

E le promesse fatte ai bambini in lacrime vanno mantenute, costi quel che costi. E NOI juventini siamo tanti bambini, molti magari anche viziati come Leone, ma NOI ci riproveremo e magari, un giorno, quando i 2 alieni decideranno di tornare ai rispettivi pianeti, NOI ci riusciremo.
Sicuramente prima di tutti quelli che mercoledì hanno gioito e festeggiato la loro Pasqua di resurrezione.

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